Da qualche mese il mercato legale italiano vive in una sorta di campionato permanente del “rumour”. Un giorno è il turno di Skadden. Qualche settimana dopo circola il nome di Kirkland & Ellis. Nel mezzo, conversazioni riservate, telefonate tra partner, recruiter in movimento e il consueto gioco delle smentite che, nel mondo delle law firm, non chiarisce mai davvero nulla.
La domanda, però, resta: l’arrivo di una nuova insegna americana in Italia è davvero un’ipotesi credibile?
Per anni, la risposta prevalente sarebbe stata no. E non per mancanza di qualità del mercato italiano, quanto piuttosto per un problema strutturale: i margini. Le grandi law firm statunitensi sono organizzazioni costruite per operare su livelli di redditività molto elevati, sostenuti da fee orarie che il mercato italiano, storicamente, non è mai riuscito ad assorbire pienamente. Anche nei segmenti più sofisticati del corporate, dell’M&A o del finance, l’Italia è sempre rimasta distante dagli standard di Londra o New York.
È questa la ragione per cui molti osservatori continuano a guardare con scetticismo all’ipotesi di nuove aperture. Il ragionamento è semplice: perché una law firm americana dovrebbe investire su un mercato dove i ricavi per professionista e la marginalità restano inferiori rispetto ad altre piazze europee?
Eppure, questa volta, alcuni elementi sembrano diversi.
Il primo è quantitativo. Nel solo primo trimestre del 2026, il mercato italiano dell’M&A ha prodotto operazioni per circa 40 miliardi di euro. Non si tratta più di un mercato periferico o episodico. C’è sostanza. C’è deal flow. E soprattutto c’è una crescente presenza di investitori internazionali — private equity in testa — che ormai guardano all’Italia come a una geografia strutturale e non più opportunistica.
Ed è qui che il discorso cambia.
Perché le law firm americane non seguono semplicemente i mercati: seguono i clienti. E oggi i clienti che contano — fondi infrastrutturali, private equity, grandi gruppi internazionali — stanno investendo in Italia con continuità.
Il vero punto, quindi, potrebbe non essere se il mercato italiano sia diventato improvvisamente “americano” nelle fee. Certamente non lo è ancora. Il punto è capire se il volume e la qualità delle operazioni siano ormai sufficienti a compensare quella differenza di marginalità.
In questo senso, il parallelismo storico più interessante è forse quello con la fine degli anni Novanta, quando furono le privatizzazioni a cambiare definitivamente il posizionamento internazionale del legal market italiano. Fu quella stagione a spingere molte law firm inglesi a rafforzare la loro presenza a Milano, trasformando l’Italia in una piazza rilevante per il corporate europeo.
Oggi il private equity potrebbe giocare un ruolo analogo.
Naturalmente, resta aperta una questione decisiva: quale modello organizzativo potrebbe funzionare davvero in Italia per una law firm americana? Aprire da zero? Aggregare team? Costruire piattaforme più integrate attorno al private capital?
Poi, come sempre, tra i rumours e le aperture reali esiste una distanza enorme. Molte conversazioni finiranno nel nulla. Alcuni progetti si fermeranno davanti ai numeri. Altri forse non supereranno il tema culturale, che nel legal conta quanto i fatturati. Ma una cosa appare chiara: il dibattito non nasce dal caso. Nasce da un mercato che sta cambiando struttura, dimensione e attrattività internazionale.