Avvocati, lo studio individuale non è più architrave della categoria

di nicola di molfetta

Il Decimo Rapporto sull’Avvocatura firmato da Censis e Cassa Forense fotografa una professione che cresce nei numeri — 11,2 miliardi di reddito complessivo, oltre 16 miliardi di volume d’affari — ma cambia radicalmente nella sua struttura profonda. E il dato più significativo non è economico. È culturale.

Il 66,2% degli avvocati italiani continua a lavorare in forma individuale. Ma tra gli under 40 quella percentuale crolla al 42,4%. Non è una variazione statistica: è una faglia generazionale. Da un lato, un modello novecentesco fondato sull’autosufficienza professionale; dall’altro, una nuova idea di avvocatura costruita su collaborazione, integrazione di competenze e organizzazione.

È qui che si consuma, senza proclami, la fine dello studio monopersonale come architrave della categoria e del sistema.

Non si tratta di una crisi identitaria, ma di una questione di sostenibilità. Il mercato legale italiano — ipercompetitivo, frammentato, ad alta densità professionale — non premia più l’isolamento. La complessità delle materie, la velocità delle richieste dei clienti, la pressione sui compensi impongono strutture capaci di assorbire carichi di lavoro variabili e offrire competenze trasversali. In questo contesto, lo studio individuale non scompare, ma perde centralità.

A rendere irreversibile questa transizione è la seconda grande forza emersa dal Rapporto: l’intelligenza artificiale. In dodici mesi, l’adozione è passata dal 27,5% al 55,3%. Tra i giovani, supera il 70%. Numeri che, letti con lente americana, raccontano qualcosa di familiare: la tecnologia non elimina i professionisti, ma seleziona i modelli organizzativi.

L’IA, infatti, è un moltiplicatore di scala. Funziona meglio dove ci sono processi, condivisione, standardizzazione. Premia gli studi che operano come piattaforme e penalizza chi resta ancorato a una dimensione artigianale pura. Un avvocato solo può usare strumenti generativi per scrivere un atto più velocemente; una struttura organizzata può ripensare l’intero flusso di lavoro, dalla ricerca alla delivery, riducendo costi e tempi in modo strutturale.

Per questo, il vero punto non è se lo studio individuale sopravviverà – sopravviverà, come i dischi in vinile o le carrozze a cavallo – ma quale ruolo occuperà. Sempre meno centro del sistema, sempre più nicchia: boutique altamente specializzate, professionisti di reputazione consolidata, contesti territoriali dove la relazione personale resta decisiva. Ma non più modello dominante.

Il parallelismo con altri mercati legali maturi è inevitabile. Anche lì, la frammentazione ha lasciato spazio a organizzazioni più complesse, capaci di investire in tecnologia, branding, gestione. L’Italia arriva a questo passaggio con una sua specificità: una transizione guidata non da shock esterni, ma da una lenta pressione interna, generazionale e competitiva.

La vera incognita è se il sistema saprà accompagnare questa evoluzione. Formazione, accesso, welfare: sono le infrastrutture invisibili che determineranno se la fine dello studio individuale sarà un’opportunità di modernizzazione o una linea di frattura tra chi riesce ad adattarsi e chi resta indietro.

Per ora, il segnale è chiaro. L’avvocatura italiana non sta scomparendo. Sta cambiando forma.

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nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

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