Irnerius, un anno dopo: «L’AI? Ora gli studi la sentono come una necessità»
Quando Andrea Arosio (nell’immagine, elaborata con l’AI) ha lasciato Linklaters per fondare Irnerius alla fine del 2024, aveva in mente due filoni precisi di attività per la sua stratup: la consulenza sulla governance degli studi legali — distribuzione degli utili, processi decisionali, gestione delle risorse — e l’intelligenza artificiale applicata al mondo legale italiano. Due pilastri legati alla sua biografia professionale visto che nei (quasi) 18 anni precedenti aveva guidato la sede italiana della law firm internazionale e, nel corso di quella esperienza è stato uno dei componenti più attivi del Global Innovation Steering Committee e del GenAI Steering Group sempre dello studio magic circle.
Dodici mesi dopo, un primo bilancio delle cose, ci dice che il secondo filone ha preso il sopravvento in modo deciso. E il progetto, che all’inizio contava solo due persone, oggi è arrivato a contarne quindici, con altri innesti in via di definizione.
Dal “vediamo se” al “lo devo fare”
Il primo grande cambio di paradigma osservato da Irnerius riguarda l’atteggiamento del mercato legale italiano nei confronti dell’AI. Se inizialmente la tecnologia veniva affrontata con curiosità e sperimentazione, oggi la percezione è radicalmente diversa. «Si è passati da una sorta di curiosità a una sensazione di necessità: lo devo fare, devo capire come farlo, ma devo partire», sintetizza Arosio. Secondo il fondatore, il punto di svolta si colloca tra la fine dell’estate e l’inizio dell’anno successivo, quando gli studi hanno iniziato a percepire l’AI non più come un’opzione innovativa, ma come un fattore competitivo imprescindibile. Le ragioni di questa accelerazione sono molteplici. Da un lato, una crescente consapevolezza diffusa nel mercato su cosa sia davvero l’intelligenza artificiale e su cosa possa fare. Dall’altro, il miglioramento significativo degli strumenti generalisti – come ChatGPT, Gemini e Copilot – oggi più accessibili e performanti rispetto anche a pochi mesi fa. A questo si aggiunge il consolidamento delle piattaforme verticali dedicate al settore legale, che hanno beneficiato sia dell’evoluzione dei modelli sottostanti sia di una maggiore focalizzazione sui casi d’uso reali degli avvocati. Infine, un ulteriore fattore chiave è stato l’effetto competitivo: l’adozione da parte di studi medio-grandi ha generato un effetto emulativo nei confronti dei competitor diretti. «Se lo studio vicino a me lo sta facendo, rischio uno svantaggio competitivo se non mi attivo anch’io», è la logica che si sta diffondendo.
La vera trasformazione: non tecnologica, ma organizzativa
Tutto facile quindi? Non proprio. Su un punto Arosio è netto: il vero ostacolo non è tecnologico, è organizzativo. «Questa tecnologia diventa veramente efficiente ed efficace nel momento in cui la integro nei processi lavorativi quotidiani. Non devo pensare: faccio un’operazione, c’è un pezzettino che faccio con l’intelligenza artificiale e poi vado avanti. Devo pensare: per ciascuno step dell’operazione, come integro l’AI nel processo?»
La società segue oggi una dozzina di studi in fasi diverse di sviluppo, con dimensioni che vanno dai quindici ai cinquecento avvocati. Il modello di intervento segue una sequenza precisa. Uno degli errori più comuni, secondo Arosio, è quello di partire dalla tecnologia invece che dall’organizzazione.«Non basta prendere la cosa che costa di più, metterla su tutti i computer e dire che hai fatto un investimento», afferma. «Se poi nessuno la usa, hai solo buttato via i soldi».Il lavoro di Irnerius parte quindi dalla definizione di una strategia di adozione: capire quali strumenti servono, con quali obiettivi e con quale percorso di integrazione.Segue una fase di formazione, spesso divisa per practice area, perché, sottolinea Arosio, «non ha senso fare esempi di M&A a chi si occupa di contenzioso».Infine, il vero valore aggiunto è l’assistenza continuativa: un supporto operativo costante che accompagna gli studi nella costruzione di casi d’uso, workflow e sistemi di prompting evoluto.Non più semplici “prompt”, ma veri e propri playbook operativi e template integrati nei processi. L’orizzonte di Irnerius si sta allargando oltre gli studi legali: la consulenza sull’AI si estende ora agli studi di commercialisti – segnale ne è il recente ingresso di Federica Rinaldi come of counsel – ai dipartimenti legali in-house e ai soggetti regolamentati, come fondi e SGR.
L’AI come assistente junior (ma molto più veloce)
Uno dei cambi di mentalità più rilevanti riguarda il modo in cui i professionisti interpretano l’AI. Secondo Arosio, l’errore più frequente è trattarla come uno strumento a domanda e risposta. Invece, va «trattata come un assistente junior», spiega. «Gli dai contesto, istruzioni, obiettivi, e poi lavori sul risultato». Il processo non è lineare: richiede interazione continua, revisione e affinamento. Soprattutto richiede consapevolezza dei limiti. «Non è uno strumento per risolvere quesiti giuridici complessi», chiarisce. «Ti aiuta in tutta un’altra serie di attività». Fondamentale anche il tema del “grounding”, ovvero la capacità di ridurre le allucinazioni fornendo fonti, documenti e materiali di riferimento su cui ancorare l’output.
Chi lavora in Irnerius: tutti avvocati, nessun ingegnere
Sul fronte delle risorse, Irnerius rappresenta un caso peculiare: tutti i profili provengono dal mondo legale. «Non abbiamo nessun ingegnere, nessuno con formazione diversa», spiega Arosio. Il team è composto da avvocati ed ex avvocati provenienti da studi strutturati, con esperienze tra i due e i cinque anni di pratica. La crescita ha generato un forte interesse sul mercato del lavoro: oltre 120 candidature in pochi giorni per le ultime posizioni aperte. Un segnale, secondo Arosio, di una domanda crescente di percorsi professionali alternativi rispetto alla carriera tradizionale in studio, ma comunque ad alto contenuto tecnico e specialistico.
Investimenti, AI e falsi miti sul capitale
Uno dei temi più discussi riguarda, infine, il ruolo degli investimenti, soprattutto nel dibattito sull’ingresso del private equity nel settore legale. Per Arosio, il ragionamento è spesso semplificato: è vero che l’AI richiede investimenti, ma non necessariamente capitali ingenti per essere adottata in modo efficace. «Se usi ChatGPT a 300 euro all’anno non avrai gli stessi risultati di uno strumento verticale», osserva, «ma puoi comunque ottenere risultati notevoli se lo usi bene». Il punto non è quindi la quantità di investimento, ma la sua calibrazione e la maturità organizzativa dello studio. In questo scenario, la tecnologia non è tanto il driver dell’ingresso dei fondi quanto un fattore che può facilitare processi di aggregazione tra studi. «Non è la tecnologia che fa sì che arrivino i fondi», conclude Arosio, «ma può favorire processi aggregativi complessi».
Un mercato che cambia il ruolo del giurista
Insomma, in questo scenario, l’intelligenza artificiale non sostituisce il giurista, ma ne ridefinisce profondamente il perimetro operativo. Già oggi, secondo Arosio, il settore legale utilizza una frazione delle potenzialità disponibili. Ma il cambiamento non sarà solo tecnologico: sarà soprattutto culturale e organizzativo. E in questo scenario, realtà come Irnerius si posizionano come ponti tra due mondi: quello della tradizione professionale e quello di una nuova infrastruttura digitale del lavoro legale.
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