venerdì 27 nov 2020
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La Scala, lo studio Spa è un’impresa

La Scala, lo studio Spa è un’impresa

È nata prima l’impresa o lo studio legale? Nel caso di La Scala, rispondere non è così scontato. Lo studio da anni si è dato un’organizzazione aziendale. E da tempo, in maniera diretta o per il tramite di alcuni dei suoi soci, è impegnato anche in attività imprenditoriali.

È una questione d’indole. Qualcuno potrebbe parlare persino di Dna.

Fatto sta che quando il 22 gennaio, Legalcommunity.it ha battuto per primo la notizia che La Scala ha deciso di trasformarsi in società per azioni, cogliendo l’opportunità fornita dalla prima legge sulla concorrenza, in pochi devono essersi realmente stupiti.

MAG ha incontrato Giuseppe La Scala, Marco Pesenti e Christian Faggella, nell’ordine, presidente, vice presidente e amministratore delegato della neonata Stapa (società tra avvocati per azioni) La Scala, proprio nella serata di quel 22 gennaio.

Al limitare di quella zona di Milano in cui la città ispira e si veste da New York padana, seduti a un tavolo del Tre Cristi, con Sinatra che canta “Come fly with me” in sottofondo, la sensazione è quella di essere intenti a fare una cronaca dal futuro.

In fondo, La Scala e i suoi soci “erano qui” già due anni fa. Nel senso che l’idea di realizzare questo passaggio e affrancarsi dalle vestigia classiche dello studio legale associato per liberare valore ed esprimere al massimo le potenzialità di una struttura andata ormai ben oltre la dimensione artigianale, non è certo nata lo scorso mese di agosto con il varo della legge 124.

«Quando due anni fa si cominciò a parlare di questa possibilità, ovvero di una legge che avrebbe consentito agli studi legali di potersi costituire come società di capitali, noi cominciammo subito a studiare la cosa», racconta Pesenti. «Eravamo pronti. Mancavano solo alcuni elementi di dettaglio che abbiamo finalizzato adesso, come i patti associativi tradotti in patti parasociali. E quindi, quando ad agosto è passata la legge, abbiamo solo rimesso in funzione una macchina che avevamo avviato già molto tempo prima».

La cosa più interessante da indagare sono le motivazioni. Perché abbandonare una tradizione consolidata, uno standard diffuso, un cliché rassicurante, per dar vita a qualcosa di nuovo?

La risposta non è una.

Da un lato c’è il mercato che «da tempo ormai percepisce studi strutturati come il nostro alla stregua di società di servizi e quindi ci tratta o vorrebbe trattarci come tali».

Dall’altro c’è l’indole di cui si parlava all’inizio.

«Questo passaggio», dice Faggella, «ha dato forma a una sostanza che c’era già. È stato il vestito giuridico applicato a un modello che noi c’eravamo dati da tempo». Lo studio ha un controllo di gestione rodato, è organizzato in 11 funzioni di servizio a supporto dei professionisti, è attrezzato con strutture specializzate nell’internal audit e reporting. E dal 2012 ha al proprio interno un cfo, Vittorio Palazzo (ex Ernst & Young), che nel 2015 è stato nominato direttore generale.

La stessa conduzione non è lasciata solo all’estro e alla capacità di programmazione o di visione dei partner. Dal 2014 il budget viene fatto sulla base di modelli econometrici per la valorizzazione di clientela prospect e progetti innovativi. Lo scorso aprile, poi, La Scala ha anche incaricato Kpmg Advisory per la definizione di un piano strategico triennale (2018-2020).

E poi c’è il bilancio. Ora, per la società diventa un obbligo. Ma si faceva (e pubblicava) già prima. E lo si faceva con una logica aziendale. Ossia, per competenza. «Si tratta di un passaggio ineludibile per uno studio che si istituzionalizza», afferma La Scala. «Chi si limita a governare una struttura complessa per cassa non può minimamente avere un controllo di gestione».

Uno dei passaggi chiave che ha preceduto la costituzione della Stapa (atto siglato dal notaio Angelo Busani dello studio Busani Ridella Mannella) è stata la definizione del trattamento fiscale che la società avrebbe ricevuto.

Molti dei detrattori dell’adozione del modello societario per lo studio legale, infatti, sostengono che si tratti di un’operazione fiscalmente penalizzante soprattutto in mancanza di una definizione chiara del regime da applicare a queste strutture che sono comunque qualcosa di diverso da un’impresa tout court.

Per fugare ogni dubbio, racconta Pesenti, «abbiamo presentato un interpello all’Agenzia delle Entrate che ha risposto con un parere molto ben fatto, dicendo che noi verremo assimiliati in tutto e per tutto a un’impresa. Anche riguardo al reddito. Noi faremo dei bilanci per competenza, e non per cassa, e senza la ritenuta d’acconto (grande feticcio degli studi legali, ndr). Pagheremo le stesse tasse di una qualsiasi altra impresa, dall’Ires in giù e questo in termini di leva finanziaria, su fatturati importanti, non è indifferente».

Insomma, il messaggio è chiaro: se fai l’impresa… fai l’impresa.

Sul piano organizzativo, invece, l’unica sensibile differenza rispetto all’assetto precedente è…
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