Barbara Pontecorvo (Pwc Legal), una questione di squadra
di michela cannovale
Barbara Pontecorvo racconta che oggi le basta poco tempo per capire se un professionista potrebbe funzionare nella sua squadra.
Non è sempre stato così. Anni di colloqui e di costruzione di team hanno accorciato i tempi. Oggi, quando incontra un nuovo candidato, cerca quasi subito «un angolo»: deve riuscire a immaginare dove potrebbe collocarsi, quale spazio potrebbe trovare nel gruppo per avere successo e quali progetti potrebbero sviluppare insieme. Se non vede quella prospettiva, difficilmente va avanti.
È successo anche molti anni fa, durante il colloquio a partire dal quale Pontecorvo fa cominciare la storia del suo team di Corporate M&A con cui ha deciso di entrare in PwC.
Quel giorno incontra diversi candidati. Uno in particolare la colpisce immediatamente. «Avevo visto qualcosa, una particolare energia e una luce negli occhi di questa persona». Lo convince ad entrare e attorno a loro si aggregano altri professionisti, cominciando un percorso che, attraverso passaggi professionali, arriva fino a oggi. Ora sono partner insieme in PwC Legal STA. Sono quattro soci e lavorano come un’unica squadra, insieme a tutti i professionisti dell’ufficio e in base a un’impostazione costruita negli anni. «Ogni tanto ci diciamo: tu mi hai cambiato la vita».
Una squadra, dice Pontecorvo, che «si costruisce tutti i giorni» e si misura anche nei momenti di difficoltà: «Se anche uno solo non sta bene, non sta bene più nessuno». E quando il progetto viene costruito insieme, anche i ruoli cambiano: «Non c’è più il professionista, c’è il progetto».
Da qui è partita la redazione di MAG per raccontare Barbara Pontecorvo: dal suo rapporto con le persone con cui lavora da anni.
Nessuna gelosia
Una volta alla settimana, i quattro partner e gli altri componenti del team si riuniscono per mettere sul tavolo le opportunità di business arrivate nei giorni precedenti. Partecipano avvocati con seniority diverse e si parla di tutto ciò che è in corso: nuovi incarichi, clienti, attività da assegnare. «Nessuno si tiene per sé segreti o opportunità. Si condivide tutto e si decide come distribuire il lavoro», racconta Pontecorvo.
Le opportunità vengono raccolte anche in un file comune. Si verifica chi possa occuparsene, quali competenze servano e come distribuire i carichi. Pontecorvo parla di un team «senza gelosie», anche per i più giovani. Il riferimento è soprattutto ai clienti, materia particolarmente sensibile negli studi professionali. «Quando ricevo un’opportunità da un cliente, la metto subito a disposizione del professionista più competente in materia, costruendo insieme il team migliore per il cliente e per il progetto. Lo stesso viene fatto dai miei colleghi».
«A volte – prosegue Pontecorvo – un mio cliente finisce così per essere seguito stabilmente da un altro partner. Io mantengo la relazione, assicurandomi che vi sia soddisfazione per il lavoro svolto. E questo per me è il miglior successo, perché significa aver costruito relazioni che appartengono alla squadra e non al singolo professionista».
È una delle prime cose che vengono spiegate a chi entra in PwC Legal, anche perché, in un settore in cui la capacità di portare business continua a incidere sul peso e sulla valutazione del singolo partner, condividere un cliente significa rinunciare almeno in parte alla logica della titolarità individuale. Pontecorvo pensa che sia uno degli aspetti su cui gli studi legali dovranno lavorare di più: «Le sfide del mercato sono sempre più complesse e nessuno vince giocando da solo. Tanti nuovi ingressi vengono da esperienze solitarie e spesso cambiano proprio perché lamentano poca collaborazione. Valorizzare la condivisione delle opportunità è una grande sfida che credo tutti gli studi stiano affrontando. Noi forse l’abbiamo vista da subito».
Per Pontecorvo, questo non significa mettere in secondo piano la qualità individuale. «Un avvocato può produrre da solo un lavoro eccellente. Ma quando metti le persone nella possibilità di esprimere il massimo del proprio potenziale aprendosi alla collaborazione, 1+1 smette di fare 2. A volte fa 3, a volte 4».
Da qui un’indicazione che ripete spesso ai suoi: quando è possibile, non andare da soli alle riunioni con i clienti. Un secondo professionista, anche di un business diverso, porta un altro punto di vista, aggiunge un elemento nuovo.
Discutere e cambiare idea
La condivisione di intenti non significa che nel gruppo ci sia sempre accordo. Pontecorvo insiste, anzi, sulle differenze: «Abbiamo caratteri e modi di fare eterogenei. È forse la cosa che apprezzo di più, perché non c’è quell’omologazione che spesso matura dopo tanti anni di collaborazione».
Le decisioni arrivano spesso dopo un confronto tra posizioni diverse. È successo quando il gruppo ha scelto di entrare in PwC Legal, scelta maturata dopo molte conversazioni e valutazioni, così come nelle decisioni di tutti i giorni: a Pontecorvo spetta spesso tirare le somme, ma non necessariamente far prevalere la propria posizione. «Alla fine conta la qualità dell’argomentazione, non chi la propone».
È capitato anche pochi giorni prima della nostra intervista: il gruppo doveva decidere se aderire a un’iniziativa dello studio. Pontecorvo era contraria, un collega favorevole. Alla fine, è stato lui a convincerla. «Sono entrata in quella conversazione con un’idea e ne sono uscita con una completamente diversa». Che possa dipendere forse dal fatto che i suoi soci sanno ormai anche quali tasti toccare? «Purtroppo sì», risponde sorridendo e precisando che «questa volta il merito è stato dell’argomentazione che mi ha ribaltato la prospettiva». E cambiare idea, sottolinea, «è molto sano».
Il silenzio Pontecorvo è molto più preoccupata dal silenzio che dal disaccordo. Il primo segnale che qualcosa nel gruppo non funziona, dice, non è il rallentamento dei risultati o la perdita di un cliente, ma la difficoltà di dire quello che si pensa. «Succede quando non c’è più la sensazione di essere liberi di esprimersi e di dissentire». Finché qualcuno mette in discussione una scelta o propone una strada diversa, continua l’avvocata, il rapporto è vivo. Il problema arriva quando…
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