Vinicio Nardo: «Non siamo più l’avvocatura del passato»

L’esperienza dell’isolamento. La scoperta dello smart working. E adesso la necessità di guardare avanti. Tornano i podcast di Legalcommunity InterViews e il primo ospite della nuova stagione è il presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo che in questo dialogo, traccia alcuni degli scenari che caratterizzeranno il prossimo futuro della categoria.

 

 

Il settore giudiziario è stato uno dei pochi in cui, nel pieno dell’emergenza sanitaria, è rimasto aperto «un contraddittorio tra categorie: avvocati, giudici e cancellieri», osserva Nardo. La possibilità di recuperare la piena operatività dei tribunali è una priorità. «L’arretratezza della macchina e l’arretratezza nella gestione della macchina sono un problema. La seconda, però, è quella che mi preoccupa di più», dice Nardo, riferendosi al freno rappresentato da un certo approccio culturale all’innovazione tecnologica.

A proposito di tecnologia, il presidente osserva che sebbene non tutti gli avvocati e gli studi siano riusciti a dotarsi tempestivamente delle necessarie strumentazioni, la maggior parte dei professionisti «ha fatto di necessità virtù». A incidere molto è anche il tipo di interlocutore dei diversi professionisti. Chi lavora con le aziende, nota Nardo, si trova solitamente a dialogare con soggetti che usano la tecnologia quotidianamente e pretendono altrettanta efficienza da parte dei consulenti. Chi lavora con un’interfaccia diseducativa, «giudiziaria o ministeriale, dove tutto viaggia su carta – stigmatizza l’avvocato – vive e subisce un cattivo esempio, fatte salve le individualità eccellenti che pure ci sono».

Quanto al dialogo tra categoria e ministero, il presidente ricorda l’esperienza passata che vide gli avvocati e i magistrati milanesi collaborare efficacemente per l’avvio del processo civile telematico, facendo da apripista per il resto del Paese. «In questi mesi, invece, c’è stato un atteggiamento molto dirigista» dove gli avvocati non hanno potuto contribuire più di tanto a scelte strategiche.

Il punto, prosegue Nardo, è che si è fatto poco per risolvere i problemi che si sono presentati nei giorni più bui della crisi. «E io credo che la responsabilità sarà grande nel caso di una ricaduta. Noi non ci possiamo ripresentare a cospetto del virus nelle stesse condizioni dei mesi scorsi o poco meglio».

La questione delle udienze da remoto a questo proposito è centrale. «Qui scontiamo un gravissimo equivoco. Nel senso che sulle piattaforme telematiche io credo che ci sia l’accordo di buona parte dell’avvocatura. Anche perché la categoria vuole fare i processi e vuole fare il suo lavoro. Tuttavia inizialmente, nei primi decreti, si è provato a buttarla tutta sulle videoconferenze. Cosa che ha visto la reazione iniziale dell’avvocatura penale a cui poi si sono aggiunte quelle dei giudici e di altre parti dell’avvocatura». Probabilmente va ripensato il rito. «Se parliamo di futuro, sicuramente sì».

E proprio parlando del domani, Nardo osserva che «noi non siamo più quelli del passato, nel senso che noi ora siamo tutti più consapevoli di cosa sia la tecnologia nel bene e nel male. Ora c’è maggiore consapevolezza e questa farà sì che determinate contrapposizioni potranno essere valutate in maniera più meditata. Il contraddittorio di persona non potrà mai essere sostituito. Però una volta fissati questi concetti si potrà ragionare su alcune udienze e attività procedurali di minore impatto dove non c’è perdita di garanzia e dove l’uso della tecnologia» può essere utile a rendere più efficiente il processo.

L’avvocatura ora deve cercare di rialzarsi dopo il duro colpo che l’emergenza sanitaria ha provocato nei mesi passati. L’emancipazione tecnologica raggiunta grazie alle costrizioni provocate dalla emergenza passata, può essere un’occasione. Un punto di partenza…

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