VIDEO: 2018, fuga da Giurisprudenza? No, fuga dall’Italia

di nicola di molfetta

Tra le letture di inizio anno, mi ha colpito parecchio un articolo comparso su Repubblica.it e intitolato: Crollano gli iscritti a Giurisprudenza. E gli avvocati arrivano dall’estero.
Ora, a farmi cadere dalla sedia non è stata tanto la conferma del progressivo abbandono degli studi di legge da parte dei giovani italiani, quanto la ventilata tendenza all’importazione di avvocati da altri Paesi.

Come sanno anche le pietre, infatti, in Italia può mancare di tutto ma non certo gli avvocati. Viaggiamo attorno ai 240mila iscritti agli Albi. E siamo una delle Nazioni più togate d’Europa da sempre. Quindi, com’è possibile che gli avvocati debbano arrivare dall’estero?

Il mistero è presto risolto tra le righe del pezzo in questione. Da cui emergono numeri che, però, ci devono fare riflettere parecchio.

Tra il 2006 e il 2016, secondo la Commissione europea, si sono trasferiti in Italia 2.461 avvocati. Il 98% dei quali provenienti dalla Spagna. Come mai? Semplice! Per anni, frotte di aspirati legali italiani hanno preferito abilitarsi in Spagna (dove di fatto non si faceva un esame duro come quello italiano) per poi tornare a casa da mammà con il titolo in tasca. La pacchia, da qualche tempo è finita. Da un lato perché l’esame spagnolo è diventato più selettivo e dall’altro perché le nostre istituzioni forensi hanno cominciato a prendere (giusti) provvedimenti per bloccare i furbetti dell’esamino.

Quindi, diciamolo chiaro e forte, non è che siccome a Giurisprudenza si iscrive sempre meno gente siamo costretti a far arrivare avvocati dall’estero.

Semmai è vero il contrario. Ossia, all’estero abbiamo cominciato a mandarceli i nostri avvocati. Sempre la Commissione, infatti, ci ricorda che nello stesso decennio sono stati 470 i laureati in legge che si sono trasferiti Oltreconfine per diventare avvocati: otto su 10 hanno scelto il Regno Unito. Ossia il Paese che rappresenta la frontiera più avanzata del settore qui nel Vecchio Mondo.

 

 

L’Italia, negli ultimi dieci anni, semmai è riuscita ad attirare law firm straniere. Oggi, tra Milano e Roma, si contano una quindicina di insegne inglesi (le ultime due arrivate sono Dwf e Herbert Smith Freehills), a cui si sommano un’altra decina di brand americani più tedeschi, francesi e persino cinesi. Tutti che operano nel nostro Paese con avvocati italianissimi. Che però hanno alcune caratteristiche che li distinguono profondamente dalla maggioranza dei loro colleghi connazionali.

Per esempio? Parlano inglese, sanno di economia e finanza, lavorano in forma associata e organizzata, sono specializzati in alcune materie e non tuttologi, hanno studiato o fatto esperienze di lavoro all’estero. Detto in poche parole, sono professionisti con un profilo adeguato alla domanda di mercato.

E questo ci riporta al tema di partenza. La fuga dalle facoltà di Giurisprudenza.

Il corso di studi in legge dovrebbe adeguarsi anch’esso ai tempi che viviamo. Dalla formazione di giuristi dovrebbe passare a quella di professionisti del diritto. Una preparazione troppo teorica e svincolata dall’applicazione pratica delle nozioni scientifiche, oggi, si traduce in un biglietto di sola andata verso anni di disoccupazione. E questo non solo perché i neo laureati mancano (come già accadeva in passato) delle necessarie competenze operative per esercitare la professione, ma anche perché il modello legale a cui guarda l’Università è spesso e volentieri ritagliato su cliché novecenteschi e superati.

La formazione nelle facoltà di Giurisprudenza dovrebbe essere più consapevole delle diverse professioni del diritto che oggi sono richieste dal mercato.

L’avvocato non è uno. Un civilista non può pensare di fare anche il penalista. Un amministrativista non si può più occupare adeguatamente anche di questioni di diritto tributario. Così come un giuslavorista non è detto che sia in grado di affrontare il diritto di famiglia. L’elenco potrebbe continuare all’infinito e produrre decine di altre declinazioni. Ma ad esso vanno poi aggiunte anche le opportunità che nascono negli studi legali dove, non lavorano più solo avvocati, ma paralegal,  it manager, comunicatori, direttori amministrativi e finanziari. Tutte figure che necessitano una formazione superiore e per le quali c’è richiesta sul mercato. Un mercato che è fatto non solo di organizzazioni professionali ma anche di aziende dove la presenza di un presidio legale diventa sempre più necessaria in quest’epoca di iper-regolamentazione e grande litigiosità e dove gli spazi per i giuristi d’impresa sono destinati a crescere con buona pace della crisi e dei budget risicati.

So benissimo che in questi anni molti atenei si sono attrezzati per cominciare a riformare piani di studi e offerta formativa proprio guardando al mercato.

Uno sforzo lodevole che però, a questo punto, dovrà diventare di tutti. Una trasformazione che non potrà prescindere dal passaggio al numero chiuso e alla selezione ed indirizzamento degli studenti a partire dall’ultimo anno di scuola superiore.

Solo così si potrà fermare la fuga dalle nostre facoltà di Giurisprudenza e soprattutto dal modello italiano di formazione degli avvocati di domani.

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