Squire Patton Boggs: «Vogliamo stare nel campionato dei grandi»

di letizia ceriani

C’è una traiettoria precisa, quasi geometrica, nella carriera di Galileo Pozzoli (in foto). Spezzino ma milanese di adozione, classe 1972, una doppia laurea – Scienze Politiche e poi Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano – prima di imboccare la rotta che lo avrebbe portato oltreoceano, per la precisione nella Grande Mela. Era la fine degli anni Novanta e il diritto internazionale d’affari stava ancora prendendo le misure con la complessità delle grandi operazioni cross-border nel settore energetico. Lì, tra i corridoi di Brown Wood (oggi Sidley Austin) e poi di Curtis Mallet-Prevost Colt & Mosle, l’allora giovane avvocato costruisce le fondamenta della sua specializzazione: l’arbitrato internazionale nel settore oil & gas, con una clientela che non è fatta di banche d’affari o fondi di private equity, ma di governi e compagnie petrolifere nazionali.

«A New York ho vissuto per circa dieci anni – racconta l’avvocato Pozzoli a MAG -. Ho frequentato la Law School a Fordham, poi ho iniziato a lavorare da Brown Wood, nella Torre Nord del One World Trade Center, fino al 1° maggio 2001». Una data limite nella memoria collettiva dell’umanità.

Poi il salto da Curtis, studio internazionale radicato nel diritto dei mercati emergenti, dove Pozzoli avrebbe trascorso quasi vent’anni, costruendo quella che lui stesso definisce una «pratica pionieristica»: la rappresentanza degli Stati nei grandi arbitrati internazionali sugli investimenti energetici. A partire dal Sudamerica. La questione giuridica si rivela da subito delicata quanto affascinante. Nel 2008, Pozzoli torna in Italia come Italy managing partner di Curtis, importando un tipo di lavoro che gli italiani, fino a quel momento, facevano soltanto a New York, Londra o Parigi. Nel giro di pochi anni, il team di Curtis costruisce una reputazione solida negli arbitrati internazionali sugli investimenti, con una clientela di Stati africani ed euro-asiatici e una presenza nel dibattito accademico e professionale del settore.

Nell’autunno del 2019, arriva la telefonata dello studio legale globale Squire Patton Boggs che gli propone di riaprire la sede italiana, chiusa più di dieci anni prima. Pozzoli accetta, porta con sé una squadra di quattro soci, e il 1° gennaio 2020 l’ufficio milanese della law firm apre i battenti come quindicesima sede europea e quarantacinquesima nel mondo. Sei anni dopo, l’ufficio conta una trentina di professionisti, 6 partner e 25 associate, specializzati nell’arbitrato internazionale, nell’energy, nel corporate M&A, nel labour e nel contenzioso. Da qualche mese, Pozzoli siede anche nel global board di Squire Patton Boggs: primo italiano e unico europeo in un organo di governance composto interamente da americani. Un primato personale, ma anche – come lui stesso sottolinea – un segnale per tutta l’avvocatura italiana. 

Avvocato Pozzoli, trascorre circa 18 anni in Curtis Mallet-Prevost, gli ultimi 11 come Italy managing partner. Cosa ha rappresentato quell’esperienza in termini di crescita professionale e costruzione del network?

È stata la mia palestra. Curtis è uno studio con una storia e un’identità precise: nasce come studio dei mercati emergenti, con una specializzazione fortissima nel diritto dei paesi in via di sviluppo, soprattutto in America Latina e Africa. Quando sono arrivato io, a fine anni Novanta, stava vivendo una stagione straordinaria grazie alle nazionalizzazioni latinoamericane. Il Venezuela di Hugo Chávez è stato il primo laboratorio. Abbiamo lavorato sulla rinegoziazione di 43 contratti upstream con tutte le maggiori compagnie petrolifere internazionali – Eni, Total, Exxon, ConocoPhillips – e ne abbiamo chiusi 41. I due che non abbiamo chiuso erano quelli americani, i più difficili: da lì sono nati arbitrati che in alcuni casi continuano ancora oggi. Da quella stagione è venuta fuori, quasi per necessità, una specializzazione che all’epoca non esisteva: la rappresentanza degli Stati nei grandi arbitrati internazionali sugli investimenti e Curtis è stato il primo studio a farlo su larga scala. Poi sono arrivati la Bolivia, l’Ecuador, El Salvador, e poi tutta l’Africa, Libia, Algeria, Uganda, e così via. Questo mi ha dato non solo una competenza tecnica molto solida, ma anche un network globale di relazioni con governi, ministeri, compagnie statali, che poi ho portato con me.

Nel gennaio 2020 lascia Curtis per guidare l’apertura dell’ufficio milanese di Squire Patton Boggs. Come è nata questa opportunità?

Mi hanno contattato nell’autunno del 2019. Squire Patton Boggs aveva avuto una presenza in Italia – sia nella componente Hammonds, che si chiamava Hammonds Rossotto, sia nella componente Squire Sanders Dempsey, con l’avvocato Bernascone. Ma entrambi gli uffici erano stati chiusi tra il 2005 e il 2007. Poi nel 2011 questi due studi si sono fusi tra loro, e nel 2014 si sono fusi con Patton Boggs, grande studio di Washington specializzato in public policy e lobbying. Ma in tutti questi anni la presenza italiana era rimasta ferma. Mi hanno chiamato chiedendomi se fossi interessato a riaprire. La risposta è stata sì, perché era una proposta molto coerente con quello che avevo fatto: uno studio con una fortissima vocazione internazionale e una presenza globale in oltre 40 sedi. Era la struttura giusta per valorizzare la pratica che avevo costruito.

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letizia.ceriani@lcpublishinggroup.it

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