Chi ha paura delle specializzazioni forensi?

di nicola di molfetta

 

Uno stop and go che non sembra avere fine. Avvocati e specializzazioni, la saga continua. Dopo l’approvazione e pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto 163 a fine 2020, a febbraio 2021 è arrivato un nuovo ricorso al Tar Lazio per bloccarne l’attuazione.

Era già accaduto con il decreto 144 del 2015. Non c’è dubbio che a una parte dell’Avvocatura nazionale l’idea che una componente del corpo professionale possa finalmente dirsi specializzata non va proprio giù. Ora, le osservazioni dei ricorrenti saranno analizzate e giudicate nelle sedi opportune. Ma la cosa su cui noi non possiamo non interrogarci sono i perché di questa resistenza. Non tanto quelli formalizzati nei testi dei ricorsi (che tra l’altro non conosciamo) quanto di quelli che albergano nell’animo dei tanti giuristi che non accettano di dire «sì» all’avvento di una nuova avvocatura.

Vediamo. Fino a oggi, un avvocato che si professa specializzato in una certa materia commette illecito professionale. Non importano gli anni di esperienza. I casi seguiti. I clienti assistiti in una certa area di pratica. Tutti gli avvocati sono uguali rispetto al mercato. Ma con il semaforo verde alle specializzazioni, alcuni comincerebbero a essere ufficialmente considerabili “più uguali degli altri”. Il primo nodo starebbe, quindi, nel grado di distinzione che il profilo dello specializzato otterrebbe a scapito dei colleghi generalisti.

Non è troppo inverosimile, insomma, immaginare che tra i detrattori della norma prevista dalla legge professionale 244/2021, molti siano contrari all’introduzione di qualifiche che possano alterare l’attuale dinamica competitiva.

Una seconda ragione potrebbe essere vista nel fatto che, se non si può dimostrare con i fatti di essere un professionista da tempo attivo in determinate aree di pratica (appellandosi alla “comprovata esperienza”), l’alternativa per ottenere la qualifica di specialista è quella di seguire un corso di formazione. Qui, forse, si pone un tema di costi che, grandi o piccoli che siano, possono essere visti come una sorta di nuova tassa sulla competitività pronta a piovere sulla testa dei 245mila avvocati italiani già vessati dalla crisi.

Terzo, e probabilmente meno rilevante, è il problema dell’ulteriore dose di burocrazia che con l’adozione di questo regolamento verrebbe a occupare il tempo dei legali italiani. Le specializzazioni diventerebbero fonte di nuovi impegni, adempimenti, obbligazioni col risultato di aggiungere nuove complicazioni all’esercizio libero della professione.

In coda a queste possibili letture delle ragioni più recondite di contrarietà alla riforma, c’è poi un’altra questione, più di prospettiva di cui non è superfluo tenere conto.

Dare (finalmente) cittadinanza agli avvocati specializzati nel mercato dei servizi legali potrebbe progressivamente incentivare fenomeni di aggregazione che verosimilmente comincerebbero a rendere sempre meno sostenibile l’esercizio dell’attività legale in forma individuale.

L’introduzione del tema dell’organizzazione è stata, per l’avvocatura d’affari, l’inizio di un processo di aziendalizzazione che in pochi anni ha profondamente cambiato il volto e la geografia di questo specifico comparto del settore forense.

La legittimazione dell’esercizio della professione in forma specializzata potrebbe replicare questo effetto in maniera esponenziale coinvolgendo buona parte del resto dell’avvocatura nazionale. Quella che fino a oggi si è tenuta fuori da certe dinamiche.

E che adesso, per ragioni di forza maggiore, potrebbe trovarsi costretta a cambiare per sempre.

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