Non esiste più la professione rifugio

di nicola di molfetta

 

Calano gli iscritti nella facoltà delle facoltà. Giurisprudenza, cronache dal XXI secolo. La fotografia l’ha scattata il Censis e ne ha dato un’anticipazione durante il congresso Diritto al Futuro organizzato da Asla a Milano lo scorso 18 maggio.

Gli studenti iscritti a Legge in Italia, tra il 2010/11 e il 2016/17, sono calati complessivamente di oltre 23mila unità. In particolare, nel periodo preso in considerazione, ci sono state 12,7 mila studentesse in meno, mentre la riduzione di studenti è stata di 10,5mila. Parliamo di lauree magistrali. Il trend sembra destinato a proseguire visto che anche tra le matricole c’è stato un calo notevole: parliamo di oltre 10mila nuove leve in meno con le ragazze, ancora una volta, più numerose dei loro colleghi nelle fila di chi ha deciso di prendere altre strade.

Al contrario, però, nello stesso periodo di osservazione il Censis rileva a fronte di un progressivo ridimensionamento della popolazione dei corsi di laurea magistrale in Giurisprudenza, un costante incremento di quella delle lauree triennali in Scienze dei servizi giuridici. Ovvero un’apertura a strade nuove. Percorsi alternativi. Contaminabili da altre e magari più necessarie competenze.

 

 

Un tempo si diceva che la laura in Giurisprudenza era una sorta di titolo salva-vita: “se tutto va male, puoi sempre fare l’avvocato”. Oggi, di fatto non è più così. Non esiste più la professione rifugio. O quantomeno, tra i giovani italiani è cresciuta la consapevolezza che se di rifugio si vuole ancora parlare si tratta comunque di un luogo tendenzialmente angusto e decisamente privo di comfort.

A parlare sono sempre le cifre. Un neo avvocato, under 30, secondo i dati forniti dalla Cassa Nazionale Forense, porta a casa mediamente un reddito Irpef medio annuo di 11.334 euro. Parliamo di 944 euro al mese di media che scendono a 860 euro se si è donna. E le cose tendono a non migliorare, almeno non sensibilmente, prima dei 50 anni d’età, quando si raggiunge un reddito medio di poco superiore ai 53mila euro. Anche se pure qui, la distanza tra i guadagni delle avvocate e quelli dei loro colleghi uomini è notevole: circa 32.500 euro per le prime a fronte di quasi 69.400 euro per i secondi. Non è una professione per giovani, insomma, ma viene da dire che non lo sia neanche per donne sebbene queste ultime rappresentino poco meno del 50% della popolazione forense al 2017: 116mila dei 242mila iscritti agli albi.

In questo scenario non stupisce la fuga dalle facoltà di Legge. Che si traduce anche in una sostanziale stagnazione del numero di iscritti agli albi. Nel triennio 2015-17 gli avvocati italiani sono aumentati solo del 2,4%. Nulla a confronto delle galoppate quinquennali che si sono registrate dal 1995 fino al 2010.

Di per sé, la notizia che (finalmente) l’Italia abbia smesso di essere un avvocatificio può essere letta in senso positivo. Tuttavia, la stagnazione della popolazione forense indica anche un generalizzato immobilismo del settore rispetto all’evoluzione del mercato.

La sensazione di chi osserva questo scenario è che la categoria non sia ancora pienamente consapevole dei grandi cambiamenti in atto nel comparto e non abbia un’idea chiara rispetto alle azioni da adottare per affrontarli in modo efficace.

Questo si riflette a cascata sull’attrattività dei corsi di laurea in Giurisprudenza che, in molti casi, sono ancorati a modelli professionali del passato, come sottolinea senza mezzi termini in questo MAG il professor Luigi Arturo Bianchi. Ci sono ovviamente delle eccezioni. Ma come spesso accade non fanno che confermare la regola.

Se è il cambiamento che bisogna affrontare nel lavoro, come spiega bene Richard Susskind intervistato dalla nostra Ilaria Iaquinta, è necessario che anche la formazione cambi in maniera radicale preparando giuristi che siano anche manager, poliglotti, in grado di leggere bilanci, capaci di farne per proprio conto, aperti alla tecnologia e al suo utilizzo nell’interesse loro e dei clienti. Professionisti nuovi.

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