Meno viaggi, più tecnologia, spazi da ripensare: lo smart working cambierà gli studi legali

di alessio foderi

Fronteggiare una pandemia come quella da Covid-19 ha sparigliato le carte sui tavoli di tutti i settori, compreso quello legale che, essenzialmente, si è trovato a coordinare un doppio binario: da un lato la gestione interna dello studio volta a garantire l’efficienza e la continuità lavorativa, dall’altro un cambiamento, e talvolta aumento, della domanda dei clienti. Questa almeno la parentesi temporale della cosiddetta fase uno, caratterizzata anche un rinnovato dialogo fra i maggiori studi italiani, che hanno cercato di condividere esperienze e collaborare attivamente fra loro. Durante il webinar “Avvocati e Coronavirus, dall’emergenza al riassetto del mercato”, LC insieme a nove avvocati di primo piano ha voluto cercare di capire lo stato dell’arte e i passi futuri, partendo dal funzionamento dello studio legale a distanza fino al cambiamento che ci sarà nell’esercitare la professione domani alla luce dello stravolgimento odierno.

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Rivoluzione

Dalla meeting room virtuale tutti concordano: lo smart working è sicuramente il cambiamento più significativo di questo momento. Una condizione, in realtà, di lavoro forzatamente da casa, diversa dall’accezione precedente dell’espressione. Si tratta di una virata che gli studi si sono trovati ad affrontare in maniera improvvisa e che si porterà dietro conseguenze anche per il futuro. «È stata una rivoluzione». È netto Andrea Carta Mantiglia, Partner e Consigliere Delegato a BonelliErede. «Il nostro studio non era preparato, lo dico sinceramente. Basti pensare che avevamo lanciato un progetto pilot di smart working solo a gennaio…», continua. Rosario Zaccà, Co-Managing Partner, Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners spiega invece come il suo di studio abbia fin da subito creato una task force interna volta anche ad attivare le tecnologie necessarie. «Prepararsi a mettere in smart working un numero così elevato di associate richiede preparazione tanto che abbiamo usato il periodo fino all’8 di marzo proprio per implementare quegli investimenti tecnologici che avevamo già in programma».

Sicuramente il lavoro da remoto così improvviso è stata una novità anche per chi era più preparato: «siamo stati un pochino più fortunati perché ci siamo spostati in uno studio nuovo un anno fa e abbiamo investito parecchio in tecnologia», racconta Bruno Gattai, Managing Partner, Gattai, Minoli, Agostinelli & Partners. Per questo, «quando è successo lo tsunami ci siamo trovati pronti e l’infrastruttura ha retto benissimo». Storia simile anche per Legance: «avevamo già fatto enormi investimenti tecnologici che hanno pagato pienamente: dal giorno 1 siamo passati remoto senza colpo ferire», spiega il Senior Partner Filippo Troisi. «Quando abbiamo implementato lo smart working l’anno scorso io, forse, sono stato l’unico che non l’ha mai usato», confessa invece Federico Sutti, Managing Partner di Dentons, che sottolinea invece il loro vantaggio internazionale: «avendo una presenza significativa in Cina, dove abbiamo 44 uffici e 5000 avvocati, abbiamo saputo prima degli altri cosa succedeva e come organizzarci».

Domani

Oltre a questa prima risposta, dove si sono attuate soluzioni simili davanti a sfide comuni, il lavoro da remoto pone degli interrogativi per il futuro sia da un punto di vista lavorativo, ovvero da come cambieranno i rapporti e le dinamiche fra avvocati, che da un punto di vista pratico, di organizzazione dello spazio, una volta tornati operativi. Entrambe le questioni sono alla base di quella che potremmo identificare come fase due. «Un domani non dobbiamo dimenticare le lezioni imparate in questa in questa vicenda che ci insegna che si possono fare tante cose senza dover necessariamente viaggiare, ci insegna che si potrà fare due diligence in maniera diversa, ci ha insegnato a impostare il lavoro in maniera molto diversa e questo, secondo me, avrà un impatto nei rapporti fra di noi, con i consulenti e con i clienti» spiega Giuseppe Catalano, Presidente AIGI – Segretario del Consiglio di Amministrazione Assicurazioni Generali.

Tuttavia, se nel breve termine affidarsi a rapporti virtuali appare come una grande sfida, non significa che, col tempo, non possa diventare un’opportunità. «Lo smart working sarà un modo per migliorare la vita delle persone vista l’esternalità negativa del nostro lavoro. Dal file sharing agli schermi condivisi in Teams nel breve periodo sarà sicuramente una prova in termini di apprendimento. Ma credo che nel corso del tempo sarà uno strumento di efficienza» è convinto Gregorio Consoli, partner a Chiomenti. E in maniera particolare potrebbe migliorare anche l’ambiente lavorativo dello studio, divenendo uno strumento di incentivo per la parità di genere. «Credo sarà di grande aiuto alla carriera delle donne negli studi legali perché molte di loro finora hanno avuto difficoltà a crescere per via di impegni familiari con i figli» sottolinea Gattai.

L’altra conseguenza di questa situazione sarà una riduzione dei viaggi di lavoro. In effetti, lavorando da casa e implementando l’uso della…

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Meno viaggi, più tecnologia, spazi da ripensare: lo smart working cambierà gli studi legali

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