Libertà ed emergenza sanitaria: «Avvocati, sentinelle della democrazia»

di giuseppe salemme

È davvero arduo riuscire a trovare un aspetto della nostra vita che il virus non abbia stravolto. Lavoro, tempo libero, intrattenimento, faccende domestiche, relazioni affettive e familiari: tutto sembra assumere dei nuovi connotati, fosse anche solo per il nuovo punto di vista da cui ci troviamo improvvisamente ad osservarlo.

Persino il rapporto con le istituzioni statali sembra diverso. La quarantena, ad esempio, sta accentuando, come mai prima, una certa funzione sociale della figura del politico. I videomessaggi alla cittadinanza da parte di sindaci e governatori (che sfociano nell’intrattenimento vero e proprio), gli appuntamenti fissi per il punto della situazione (come quelli del sabato sera con il presidente del Consiglio o quelli quotidiani con la Protezione Civile), la diffusione dei dietro le quinte del discorso del Presidente della Repubblica, sembrano assumere sempre più le sembianze non solo di meri adempimenti alle responsabilità istituzionali, ma vere e proprie attività di supporto morale alla cittadinanza.

Tuttavia, anche in un periodo come questo, in cui risulta facile “personificare” le istituzioni e diventano particolarmente appetibili varie forme di accentramento di poteri, è necessario salvaguardare l’impianto giuridico su cui fonda il Paese e, in particolare, le istanze democratiche che devono, nonostante l’emergenza, governarne le politiche. E, nemmeno a dirlo, sono gli avvocati e i giuristi la prima linea di difesa dello stato di diritto, anche in tempi di emergenza.

«Gli avvocati sono delle sentinelle. Sono i primi ad avvertire i possibili effetti di una deviazione dalle forme democratiche individuate dalla Costituzione», spiega a MAG l’avvocato Simona Viola, socia di Gpa Giuspubblicisti Associati e presidente di +Europa, in una chiacchierata in cui ha analizzato gli effetti (attuali e potenziali) dell’emergenza sanitaria sulla nostra democrazia.

E le sembra che una deviazione da queste forme ci sia stata in questo caso?
Sicuramente l’emergenza giustifica una certa compressione dei diritti dei cittadini e un certo accentramento dei poteri in capo al Governo. Ma non ci si può esimere da alcuni rilievi. Innanzitutto, la Costituzione non contiene previsioni relative alla dichiarazione di uno stato di emergenza in quanto tale. Si volessero mutuare le disposizioni costituzionali sullo stato di guerra, una simile dichiarazione avrebbe potuto essere disposta dal Parlamento, che in tal modo avrebbe potuto indirizzare al Governo sia le direttive per l’esercizio della delega che la massima legittimazione democratica.

E invece lo stato di emergenza è stato dichiarato tramite decreto legge …
Sì, ma non è quello che mi scandalizza, in realtà. Il decreto legge è lo strumento principe per la gestione di urgenze come questa, e deve essere in ogni caso convertito dal Parlamento entro 60 giorni. Qualche perplessità è sorta – con ampia traccia sui giornali – nel momento in cui invece di continuare ad usare questa fonte, il decreto legge è stato usato solo come fondamento di una forma decretazione – i famosi Dpcm, decreti del presidente del Consiglio dei Ministri – di stampo monocratico con la quale sono state previste notevoli compressioni delle libertà fondamentali, compressioni che la Costituzione vuole siano operate con norma di legge.

E quindi?
E allora un giurista deve chiedersi: è sufficiente l’“autodelega” del decreto legge che ha disposto lo stato di emergenza a consentire limitazioni di diritti costituzionali tramite forme di decretazione monocratiche prive del rango di legge?

Forse l’ultimo decreto legge è servito anche a riportare questa serie “impropria” di decretazione entro la cornice parlamentare che le deve essere propria…
È curioso: siamo un Paese purtroppo abituato all’uso improprio del decreto-legge per esigenze non eccezionali né urgenti; e ora che siamo in piena reale emergenza, lo si usa con eccessiva parsimonia.

Dove crede che sia da ricercare il punto di equilibrio tra esigenze di salute pubblica ed esigenze produttive?
Nel principio di proporzionalità: il ricercare il perseguimento dell’obiettivo con il minimo sacrificio possibile dei diritti. Non posso sapere se nello specifico sia stato rispettato perché è una valutazione che attiene agli scienziati e ad organismi come l’Oms o l’Istituto superiore della sanità. Ma si tratta di un principio che deve informare ogni scelta politica, perché è ciò che distingue uno stato democratico da una dittatura. Ecco: credo che l’Italia sia il primo Paese ad avere il compito di dimostrare al mondo che si può far fronte all’emergenza con gli strumenti democratici e non solo con i mezzi autoritari di una dittatura come la Cina.

E ci sta riuscendo secondo lei?
Dipende. Abbiamo accettato forti limitazioni della libertà con decretazione monocratica, nonché una sanzione penale, per quanto trasformabile in oblazione e quindi in ultimo eliminabile dalla fedina penale. Ora si sta parlando tuttavia di sanzioni amministrative di diverse migliaia euro, che dovrebbero essere inflitte da un pubblico ufficiale sulla base di un parametro opinabile e incerto, come quello della “assoluta urgenza” o della “grave necessità” di spostarsi: il pericolo in agguato è sempre l’arbitrio.

Qualcuno direbbe che in un momento tragico come quello attuale è giusto concentrarsi sulla sostanza più che sulla forma.
Le due cose sono ugualmente importanti. Il modello operativo scelto dal governo punta senza dubbio a tutelare la vita di tutti con misure di larga scala e su questo c’è poco da obiettare. Ma ragioniamo per assurdo, e poniamo che invece il governo avesse seguito una linea diversa, magari simile a quella in un primo momento annunciata da Boris Johnson nel Regno Unito. Avrebbe potuto farlo, sacrificando decine di migliaia di vite, e in tal caso l’assenza di un controllo parlamentare avrebbe avuto effetti cruciali. Il punto è:…

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