Dentro la “scatola” dell’innovazione: il modello Prompt Lawyer di LCA
L’innovazione come metodo, non come slogan. È questa la cifra con cui LCA sta affrontando la trasformazione tecnologica che attraversa la professione forense. Uno dei tasselli di questo percorso è il progetto denominato Prompt Lawyers.
A guidare il lavoro è l’avvocato Benedetto Lonato, socio e componente del comitato di gestione con delega all’innovazione e alla tecnologia, che racconta a MAG l’iniziativa.
La premessa è chiara. Non si parla solo di selezione e utilizzo di strumenti, bensì si ragiona di architettura del lavoro.
«I Prompt Lawyer rappresentano il 7-8% dei nostri professionisti e dedicano circa il 20% del loro tempo allo studio degli strumenti AI e alla trasformazione dei processi di lavoro dello studio», racconta Lonato a MAG. Non si tratta di una task force isolata, ma di un laboratorio diffuso. «Sono i primi a testare flussi integrati con l’intelligenza artificiale, veri e propri case study operativi».
Il loro contributo, tuttavia, va oltre la sperimentazione. «Documentano i prompt sviluppati, codificano le metodologie di prompting — incluso come far costruire prompt all’AI stessa e come interrogarla sulla qualità degli output — e stanno progressivamente costruendo workflow replicabili per ciascun ambito di applicazione». In altre parole, l’innovazione viene messa a sistema e resa patrimonio comune nell’ecosistema di studio.
Reverse mentoring: il doppio binario dell’apprendimento
Il progetto si intreccia con un modello organizzativo che supera la tradizionale trasmissione verticale del sapere. «I modelli tradizionali garantiscono risultati consolidati, ma presentano un limite strutturale: la conoscenza fluisce solo in senso radiale, dal centro verso la periferia, con i professionisti senior come unico polo di irradiazione».
Il reverse mentoring introduce invece «un doppio binario: apprendimento dal centro e verso il centro». Un meccanismo che, secondo Lonato, consente di «procedere più rapidamente — un fattore cruciale, specialmente per realtà domestiche — valorizzando al contempo le competenze dei senior e l’energia dei junior in uno scambio virtuoso».
Il presidio qualitativo resta ai professionisti più esperti, ma «i più giovani acquisiscono responsabilità diretta». La finalità è chiara: «L’obiettivo resta uno solo: aumentare l’intelligenza legale e la qualità del servizio. Tutto il resto — inclusa la valorizzazione dei talenti emergenti — è una conseguenza naturale».
Selezione e cultura dell’innovazione
Diventare Prompt Lawyer non è una nomina formale, ma l’esito di un processo strutturato. «La selezione avviene attraverso survey interne su attitudini e competenze, colloqui con i responsabili di dipartimento e un’analisi condotta da un team misto che include membri del comitato di gestione e del team IT & Innovazione».
Le competenze tecniche sono importanti, ma non decisive. «Ciò che cerchiamo è soprattutto una forma mentis specifica: curiosità profonda verso l’innovazione, disponibilità a mettersi in gioco investendo tempo in attività che esulano dalla pratica quotidiana». L’impegno è significativo: «È uno sforzo stimato intorno al 20% del tempo complessivo, soprattutto nei primi anni di esplorazione».
LCA ha scelto un approccio inclusivo. «Tutti i professionisti in LCA conoscono il ruolo dei Prompt Lawyer e li supportano; specularmente, i Prompt Lawyer accompagnano gli altri nello sviluppo delle competenze di interazione con l’AI». L’immersione deve essere collettiva: «Circa il 70% dei professionisti dispone degli stessi strumenti di cui dispongono i Prompt Lawyer, perché il cambiamento deve essere radicato e radicale».
Dalla ricerca giuridica all’analisi massiva
L’intelligenza artificiale è già operativa in diverse practice. «Se devo indicare le aree dove l’impatto è già tangibile, citerei la ricerca di nozioni e informazioni per la costruzione di posizioni giuridiche e note legali, e l’analisi documentale nei processi di analisi massiva».
La filosofia è però distante dalla retorica dell’efficienza a ogni costo. «Puntiamo ad aumentare la qualità, non a ridurre i tempi». Nei lavori lunghi e ripetitivi «la macchina – ben coordinata con la persona – offre un plus evidente in termini di precisione». Oggi «oltre il 50% dei nostri professionisti completa quotidianamente almeno una sessione di lavoro con gli strumenti AI a disposizione».
L’AI entra anche nei processi interni: amministrazione, timesheet, conflict check, selezione dei collaboratori. «Il perimetro si sta ampliando rapidamente».
Resistenze culturali e governance
LCA rivendica di aver iniziato presto. «Abbiamo sviluppato una soluzione interna che utilizziamo da anni, prima dell’avvento delle grandi piattaforme». Questo anticipo ha consentito di affrontare con gradualità i nodi centrali: sicurezza del dato e formazione.
«Le questioni centrali erano intuibili: sicurezza del dato e formazione delle nuove generazioni». In questo percorso è stato determinante l’ingresso del professor Edoardo Raffiotta, che coordina un team dedicato alla regolamentazione interna dell’AI.
«Abbiamo costituito un team coordinato dal Prof. Raffiotta che ci ha dotati di policy condivise e sottoscritte da tutti i professionisti». Le regole sono vincolanti: «Ciascun professionista accetta di farsi guidare dallo studio nel percorso di avvicinamento all’AI, utilizzando esclusivamente gli strumenti e le modalità indicati». La soluzione interna «risiede e opera esclusivamente su storage di nostra proprietà: un ambiente controllato dove effettuiamo sperimentazioni».
Aiseek, E-Bibles e la “scatola” aperta
Il progetto Prompt Lawyer si inserisce in un percorso di ricerca e sviluppo avviato da oltre sei anni, con il supporto di consulenti come Alessandro Musella di Vectis e del team di Sintia Lab. In questo arco temporale LCA ha analizzato più di 50 soluzioni software e ha partecipato allo sviluppo di strumenti proprietari come Aiseek, dedicato all’analisi del know-how documentale, ed E-Bibles, per la gestione evoluta dei fascicoli digitali. E-Bibles, spiega Lonato, «è un progetto nato prima dello sviluppo delle soluzioni AI», ma resta centrale. «Genera fascicoli e rilegature virtuali consultabili da clienti e colleghi». Sarà potenziato grazie all’integrazione con nuovi strumenti.
Diverso il caso di Aiseek, «il prodotto su cui abbiamo investito maggiormente, tra successi e difficoltà». È nato per «riorganizzare il know-how interno rendendolo più facilmente consultabile e intellegibile (che è uno dei grandi talloni d’Achille di molti studi legali e uffici legali interni, checché se ne dica). Poi, meritano una menzione anche i progetti di Business Intelligence sviluppati negli anni. Sono stati tutti percorsi impegnativi, con qualche scivolone, ma hanno avuto il merito fondamentale di farci aprire per la prima volta “la scatola”». Il valore, al di là dei singoli tool, è culturale. «Abbiamo rimosso quel timore reverenziale verso ciò che si ammira senza conoscere, esplorando l’interno insieme a informatici e ingegneri che ormai fanno parte del nostro team». Un processo che ha reso lo studio «più consapevole, a tutto vantaggio — anche in termini di sicurezza — del servizio che offriamo ai clienti».
Trasparenza e obiettivi 2026
Il rapporto con i clienti non cambia nella sostanza, ma si arricchisce di confronto. «Siamo totalmente trasparenti sul tema. Offriamo sessioni di approfondimento ai team legali interni che ci interpellano». L’idea è chiara: «Dobbiamo avanzare insieme».
Quanto agli obiettivi, Lonato evita metriche da software house. «Parlare di ROI è più cosa da commerciale, in questa fase». Il traguardo è operativo: «Implementare i sistemi e garantirne l’utilizzo effettivo da parte del 70% dei nostri professionisti in tutti i processi di lavorazione».
Un modello replicabile? «Certo. Ma servono investimenti economici e, soprattutto, di tempo». Perché «il tempo investito oggi non si capitalizza in altro modo che nelle modalità di lavoro di domani».
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