Cerulli Irelli (Trevisan & Cuonzo): «Imprese italiane sempre più esposte al grande gioco brevettuale»

Le domande di brevetto provenienti dall’Italia e dirette a European Patent Office (EPO) nel 2021 sono cresciute del 6,5% (anno su anno) secondo le statistiche di EPO Patent Index pubblicate ad aprile 2022 (si veda l’articolo pubblicato da inhousecommunity.it). Cosa ha favorito questo trend e quali sono le prospettive? Legalcommunity.it ne ha parlato con l’avvocato Vittorio Ceruli Irelli, socio e responsabile dell’ufficio di Roma dello studio legale Trevisan & Cuonzo.

Cosa spinge le domande di brevetto made in Italy?
Direi una crescente consapevolezza dell’importanza di innovare e proteggere l’innovazione generata, cercando di recuperare un distacco, comunque, molto consistente dai principali competitor internazionali. Questo dato è confermato dall’ultimo report annuale dell’Ufficio europeo dei brevetti, pubblicato ad inizio aprile. Le domande italiane sono infatti più che raddoppiate negli ultimi 10 anni (4.919 nel 2021, da 2.237 nel 2012). Ancora troppo bassa è però la propensione alla brevettazione del sistema industriale nel suo complesso.

Ovvero?
I sistemi economici nostri concorrenti brevettano molto di più, in assoluto e in proporzione alla popolazione. A titolo esemplificativo, a fronte di 4.919 domande italiane (ossia 85 domande per milione di abitanti), la Germania registra 25.969 domande (309 per milione di abitanti), la Francia 10.537 (161 per milione di abitanti), gli Stati Uniti 46.533 (139 per milione di abitanti). La differenza è ancor più marcata se ci si confronta con i casi virtuosi delle economie notoriamente a più alto valore aggiunto, quali Svizzera (quasi mille domande per milione di abitanti), Svezia (quasi 500 domande per milione di abitanti), Olanda (quasi 400 domande per milione di abitanti). L’Italia registra la stessa propensione alla brevettazione del Regno Unito, la cui economia è però, diversamente da quella italiana, prevalentemente un’economia di servizi, con un ridotto apporto del comparto manifatturiero.

Ci sono settori più “sensibili” al tema?
Da un punto di vista di settori industriali, i dati pubblicati dall’EPO confermano la vivacità dei settori tipicamente più avanzati nel tessuto economico italiano (in particolare automotive, biomedicale e automazione industriale). Mancano però ancora all’appello settori fondamentali, quali le telecomunicazioni e l’informatica, che costituiscono oltre il 20% delle domande a livello europeo, ma sono essenzialmente assenti tra le domande italiane. Ciò è anche funzione delle dimensioni mediamente ridotte delle imprese italiane, che si riflettono anche sul fatto che nessuno dei 50 top applicant (le imprese che depositano di più), sia italiano. Il primo depositante italiano è l’abruzzese Fameccanica, con 85 domande nel 2021, a fronte di 437 domande depositate dall’ultimo dei 50 top applicant, ossia la Bayer. Le dimensioni contano. E le scelte di politica industriale degli ultimi decenni ancora pesano e richiederebbero interventi di sistema.

Ci sono settori ed imprese che non trovano conveniente brevettare: scelta giusta o sbagliata?
Vi sono ancora molti pregiudizi. I brevetti sono troppo spesso visti come un costo o uno strumento eccezionale, da utilizzare solo per prodotti radicalmente innovativi. Occorre invece tenere a mente che i brevetti sono soprattutto uno straordinario strumento competitivo: non c’è niente di più efficace che avere un strumento per costringere un concorrente a ritirare o modificare un proprio prodotto. Significa toglierlo dal mercato per lungo tempo o creare l’occasione per importanti possibilità di business. Qualsiasi innovazione può essere brevettata, anche se relativa ad aspetti costruttivi o particolari applicativi di dettaglio.

  • Cambierà qualcosa con l’avvento del Tribunale Unificato dei Brevetti?
  • In chiave prospettica, prevediamo che l’avvento del Tribunale Unificato dei Brevetti (Tub), che porterà al più tardi nel 2023 ad avere un nuovo Tribunale europeo per il contenzioso brevettuale, non potrà che rafforzare il trend di crescente propensione alla brevettazione delle imprese italiane. Con il Tub, le imprese italiane saranno infatti volenti o nolenti esposte al grande gioco brevettuale.

Cioè?
Potranno ad esempio essere citate in Germania e le decisioni emesse (in tedesco) dalla sede tedesca del Tub saranno vincolanti anche in Italia, ad esempio bloccando la produzione degli stabilimenti italiani. Il cambio di paradigma sarà drammatico e la disponibilità di un portafoglio brevettuale significativo diventerà un asset ancora più strategico nel nuovo scenario competitivo.

Come ci si dovrà comportare in questo scenario?
In tale nuovo contesto, sarà fondamentale per le imprese ricevere una consulenza integrata, con avvocati e consulenti brevettuali a definire la strategia di brevettazione, assicurandone l’efficacia competitiva di lungo periodo, la rilevanza strategica, anche in chiave contenziosa, e il ritorno finanziario. Poche strutture in Italia offrono questo tipo di servizi.

In Trevisan & Cuonzo cosa state facendo?
Ci stiamo attrezzando da tempo per il nuovo scenario, con team integrati di consulenti brevettuali ed avvocati. Da pochi mesi si è costituita Tcbm, società consortile tra il noto studio brevettuale Bianchetti & Minoja (Legalcommunity ne ha parlato QUI) e la nostra società di consulenza brevettuale Trevisan & Cuonzo Ips. Tcbm consentirà una forte sinergia tra la consulenza legale e quella tecnico-brevettuale in un ampio spettro di settori industriali. I consulenti brevettuali beneficiano della presenza di noi avvocati nella definizione delle strategie di brevettazione per tutti i nostri clienti, un asset particolarmente prezioso ora che il gioco si fa più duro e complesso. Lo stesso vale per noi avvocati.

  • La revisione del patent box che impatto avrà su questi trend?
  • È difficile a dirsi. L’agevolazione fiscale resta importante anche post riforma e continuerà a essere un forte incentivo all’investimento in innovazione. Positivo è il fatto che l’agevolazione non sarà più parametrata al reddito generato dai diritti di proprietà intellettuale (magari datati ed ammortizzati), ma sarà invece parametrata alle spese sostenute in R&D per la generazione di nuovi diritti, incentivando quindi ancor di più l’effettiva innovazione.
  • Quanto costa brevettare?
  • Indicativamente si può considerare che con circa 10 mila euro, costo comprensivo di tasse e onorari di un consulente brevettuale, l’azienda può ottenere tutela provvisoria nei 156 Paesi attualmente aderenti al sistema internazionale pct. Poi, dopo due anni di tale tutela provvisoria e semplificando molto, l’azienda potrà decidere in quali Paesi mantenere il brevetto, avendo maggiore visibilità della sua importanza per l’azienda e potendo quindi meglio valutare i costi necessari per la prosecuzione del brevetto nei vari Paesi di interesse (si considerino in media circa 10-15.000 Euro per l’intera Europa e circa 15-20.000 in ciascun paese extra europeo). Se pensiamo ad esempio al mercato USA con quasi 400 milioni di persone, 20 o 30 mila euro (è uno dei Paesi in cui i costi sono più elevati) per ottenere il diritto di esclusiva su di un prodotto o un processo credo possano essere definiti un buon investimento. Il sistema comunque è molto versatile, e i costi possono essere contenuti anche in misura rilevante con la corretta strategia di filing. Tale versatilità a livello europeo aumenterà ulteriormente con il citato prossimo avvento del Tub, che porterà a un incremento delle opzioni di brevettazione a disposizione delle aziende, agevolando la possibilità di ottenere protezione in tutti i paesi europei. Tale possibilità non sarà però senza costi e rischi e sarà quindi ancor più cruciale per le aziende individuare la corretta strategia di filing. Ciò detto, mi sia consentito un cambio di prospettiva. In un’ottica aziendale, infatti, la domanda da porsi dovrebbe piuttosto essere quanto costa, all’azienda, non brevettare?

Quanto?
Per un’azienda che ha investito decine o centinaia di migliaia di euro e ore uomo in ricerca e sviluppo, nella realizzazione di disegni, stampi e prototipi, nello svolgimento di test e procedure di certificazione, non investire in un brevetto nelle fasi iniziali di sviluppo (si ricordi che le domande di brevetto rimangono segrete per 18 mesi) potrebbe voler dire non solo vanificare tali investimenti, ma anche esporsi a problematiche ben più gravi, come sostenere spese legali per annullare brevetti depositati da terzi a fini speculativi sulla medesima tecnologia o sui suoi perfezionamenti.

  • Quando è indispensabile?
  • Un brevetto è indispensabile quando c’è innovazione tecnologica. Ci protegge dalla concorrenza. L’unico modo per avere successo sui propri competitor è andare più veloce di loro: per farlo, devo proteggere le mie invenzioni e questo avviene tramite i brevetti. Spesso, inoltre, un brevetto non basta, occorre un portafoglio di brevetti. Prendiamo ad esempio un’azienda che ha ideato un dispositivo medico che rilascia un medicinale: si può depositare un primo brevetto sul dispositivo principale e poi un altro sulla sua combinazione con gli ulteriori dispositivi che lo fanno funzionare. Infine, se il medicamento non è mai stato somministrato con quel mezzo, un brevetto sulla formulazione adattata per quel mezzo o il dosaggio. In questo modo, anche se i primi brevetti scadono, ho gli altri che mi proteggono per gli anni successivi. E un buon portafoglio brevetti è sempre più percepito da partner commerciali, da investitori, da azionisti e da clienti come un asset strategico, una dimostrazione dell’alta qualità e capacità tecnologica dell’azienda, e della sua capacità di resistere alla pressione competitiva.
Cerulli Irelli (Trevisan & Cuonzo): «Imprese italiane sempre più  esposte al grande gioco brevettuale»

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