Avvocati, attenzione alla semantica delle carriere

di nicola di molfetta

Negli studi legali contemporanei esiste una parola che più di ogni altra ha perso precisione semantica: partner. E quando un sistema professionale smarrisce il significato delle parole che usa per descrivere sé stesso, prima o poi rischia di smarrire anche credibilità.

Per decenni il termine partner ha identificato qualcosa di molto chiaro: il socio. Chi partecipava agli utili, alle decisioni, al rischio imprenditoriale. Chi non era semplicemente un professionista molto bravo o molto anziano, ma uno dei proprietari dello studio. Oggi, invece, il mercato legale è popolato da salary partner, junior partner, associate partner, local partner, income partner più una serie di altre figure e altre formule ibride che hanno un tratto comune: evocano uno status senza chiarire davvero quale sia la sostanza economica e societaria sottostante.

Naturalmente ogni organizzazione è libera di costruire i propri percorsi di carriera. Il problema nasce quando la narrazione interna — utile a motivare, trattenere, fidelizzare — viene trasferita all’esterno senza filtri. Perché ciò che all’interno serve a gestire ambizioni e aspettative, all’esterno diventa comunicazione verso clienti, mercato, candidati e concorrenti. E la comunicazione professionale dovrebbe essere innanzitutto comprensibile e riscontrabile.

Non si tratta di moralismo lessicale. Né di nostalgia per un’avvocatura più semplice. Si tratta di trasparenza competitiva.

Nella società dell’informazione, l’ambiguità strategica funziona sempre meno. I clienti sanno distinguere tra equity e non equity. I recruiter sanno leggere le strutture organizzative. I professionisti stessi comprendono ormai che spesso dietro la proliferazione dei titoli si nasconde un’esigenza molto concreta: dare riconoscimento senza condividere davvero potere, governance o risultati economici.

Ma c’è anche un tema più profondo, raramente affrontato apertamente: la sostenibilità finanziaria delle partnership. Una partnership sovraestesa tende inevitabilmente a diluire i fondamentali economici dello studio. Si abbassano il fatturato per socio, l’utile per socio e la capacità di investimento strategico. Nel breve periodo l’allargamento può sembrare inclusivo o utile alla retention; nel lungo rischia di indebolire l’attrattività della struttura proprio verso quei professionisti che oggi fanno la differenza nella battaglia per il talento.

Perché i profili migliori guardano sempre più alla qualità economica della piattaforma in cui entrano: marginalità, capacità di investimento, solidità del brand, leva organizzativa, prospettive di crescita reale. Se il titolo di partner perde consistenza economica, perde inevitabilmente anche potere attrattivo.

Il punto allora non è proibire certe qualifiche, ma chiedersi se il linguaggio degli studi legali stia ancora descrivendo la realtà oppure sia diventato prevalentemente uno strumento di marketing.

Perché se tutti sono partner, nessuno lo è davvero.

In un mercato sempre più competitivo serve coerenza tra struttura, numeri e racconto. Chiamare le cose con il loro nome non rende uno studio meno sofisticato. Lo rende semplicemente più credibile.

QUESTO ARTICOLO APRE IL NUOVO NUMERO DI MAG. CLICCA QUI E SCARICA GRATIS LA TUA COPIA

nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

SHARE