Avvocati, definite “valore aggiunto”

di nicola di molfetta

Per molti anni il valore dell’avvocato è stato misurato sulla competenza tecnica, sulla conoscenza della norma, sulla capacità di individuare il precedente corretto o di costruire una tesi giuridica solida. Questi elementi hanno rappresentato il principale metro di giudizio del mercato. Adesso, però, qualcosa sta cambiando.

Il dibattito tra i general counsel emerso durante il simposio sulla professione legale che ha aperto la decima edizione della Legalcommunity Week ha restituito con grande chiarezza la direzione di questa trasformazione. Le aziende non chiedono più soltanto eccellenza tecnica. Chiedono orientamento, capacità di interpretare il contesto e, soprattutto, cercano qualcuno disposto ad assumersi la responsabilità di una scelta.

Non è un caso che Nicola Verdicchio, general counsel di Pirelli, abbia sottolineato la necessità per gli studi di ripensare la propria offerta e adottare una reale logica di partnership con il cliente. Allo stesso modo, Stéphanie Fougou, general counsel di HBX Group e presidente di ECLA, ha descritto studi legali e direzioni legali interne come parti di un unico ecosistema, chiamate a condividere obiettivi e responsabilità.

L’intelligenza artificiale accelera questa dinamica in maniera irreversibile. Il sapere tecnico tende progressivamente a diventare una commodity. La ricerca giuridica, l’analisi documentale, la produzione di testi e persino alcune attività d’interpretazione normativa saranno sempre più accessibili, veloci e automatizzate.

Se la conoscenza giuridica diventa diffusa, il valore si sposta inevitabilmente altrove: nella capacità di leggere le tendenze economiche e regolatorie, nella comprensione dei rischi geopolitici, nella valutazione degli impatti industriali delle decisioni legali. Si sposta nella capacità di mettere in relazione diritto, business, reputazione e strategia.

In altre parole, il futuro dell’avvocato non sarà determinato dalla sua abilità a trovare una soluzione, ma dalla sua disponibilità a indicare quale soluzione adottare.

L’avvocato del futuro dovrà quindi esercitare un ruolo più vicino a quello del consigliere strategico che a quello del tecnico specializzato. Dovrà saper prendere posizione. Dovrà formulare scenari, valutare conseguenze, stimare probabilità, misurare rischi. E dovrà essere disposto a condividere con il cliente la responsabilità delle decisioni. Queste saranno (sono) le caratteristiche in cui si sostanzierà il concetto di valore aggiunto.

Anche il modello economico della professione appare destinato a cambiare. La prevedibilità dei costi, i compensi alternativi alla tariffazione oraria e i modelli di condivisione del rischio non rappresentano soltanto strumenti commerciali. Esprimono una diversa concezione del rapporto professionale.

Non a caso Javier Ramirez Iglesias, responsabile del contenzioso globale di HP, ha individuato nella “predictability” la parola chiave del rapporto tra aziende e consulenti esterni. Non si tratta soltanto di rendere prevedibili gli onorari, ma di consentire alle imprese di pianificare e offrire indicazioni che abbiano un impatto concreto sulle decisioni aziendali.

Per lungo tempo l’avvocatura ha fondato la propria attività su un’obbligazione di mezzi. Nel mercato che si sta delineando questa distinzione, pur restando giuridicamente valida, rischia di perdere gran parte della propria rilevanza. I clienti non compreranno più ore di lavoro, bensì orientamento, capacità di ridurre l’incertezza e disponibilità ad assumersi una quota di responsabilità nelle decisioni.

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nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

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