Non il potere, ma ciò che attiva: il metodo Parzani

In questa intervista a MAG, l’avvocata riflette sul ruolo dei professionisti di domani: non saranno quelli che hanno le risposte, ma coloro i quali creeranno il contesto in cui le risposte maturano

di michela cannovale

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Arrivo nella sede di Linklaters, in via Fatebenefratelli, a Milano, qualche minuto prima dell’orario fissato. Al mio incontro con Claudia Parzani è riservata una sala riunioni al piano terra. La stanza è luminosa, essenziale, dominata da un grande tavolo scuro. Sopra, bicchieri, bottiglie d’acqua con e senza gas, tazze per tè e caffè, e alcune coppette con caramelle avvolte nella carta brandizzata Linklaters. Tutt’attorno, una ventina di sedute.

Mentre aspetto, provo a immaginare quella stessa stanza in un altro momento, abitata da altre voci. Mi proietto dentro una tipica riunione fiume in cui i partner si ritrovano per discutere il prossimo deal. Le sedie occupate, le parole che si sovrappongono, il ritmo che si accelera e poi rallenta. Qualcuno si interrompe, allunga la mano verso una delle coppette, scarta una caramella. Qualcun altro si versa dell’acqua, qualcun altro ancora preferisce il tè. Movimenti minimi, ripetuti, che accompagnano la conversazione mentre si distende nel tempo.

Appoggio le mani sul tavolo. Mi accorgo che la superficie trattiene le impronte per qualche secondo, poi le lascia andare. Restano lì, nitide, prima di svanire senza lasciare traccia. Rimango a guardarle per un attimo.

Claudia Parzani entra poco dopo, con passo rapido. Mi viene incontro, mi sfiora con un tocco leggero, quasi impercettibile, guardandomi negli occhi mentre prende posto. I gesti sono precisi, calibrati, sicuramente affinati nel tempo.

Afferro una caramella e faccio per scartarla. Lei mi ferma: «Aspetta. Non preferisci dei marshmallow?». Breve pausa, poi aggiunge: «Io vado pazza per i marshmallow». Non faccio in tempo a rispondere che sul tavolo ne compare una ciotola colma.

Claudia Parzani è oggi presidente di Borsa Italiana, senior advisor di Linklaters e Brunswick, consigliera di Stellantis, da anni nella classifica globale delle cento donne più influenti nel mondo del lavoro secondo HERoes. Mentre parla, però, il punto non è mai davvero il titolo. «Io mi sento a mio agio nel potere di fare», dice. Non nel potere in sé, ma in ciò che permette di attivare.

La sera prima del nostro incontro è stata al concerto di Achille Lauro. Poi all’after party. Ne parla senza troppa enfasi, come di una parentesi dentro una giornata piena. Tornata a casa, racconta, non ha rinunciato al suo rituale: un bagno caldo prima di dormire. «È un momento per me», aggiunge, abbassando la voce come si fa con qualcosa che si vuole proteggere.

Le chiedo di parlarmi di sé, di come è iniziato il suo percorso. Parte da lì: è la prima a laurearsi in famiglia. Quando si iscrive a giurisprudenza, il mercato dei capitali italiano è molto diverso da quello che conosciamo oggi: privatizzazioni, IPO, la Borsa come infrastruttura del capitalismo contemporaneo sono tutte realtà in costruzione. Si laurea con una tesi su Amnesty International e le torture.

Il diritto c’è, ma non è tutto. «Avevo molte passioni, tra cui la finanza, che mi ha spinto verso ambiti che allora non esistevano.»

Il primo di questi lo trova in uno studio italiano, Mucciarelli Pedrazzi, dove chiede di occuparsi proprio di finanza. «E così mi hanno messo a disposizione una stanza con decine di libri sull’argomento e ho cominciato a studiare». Negli anni, tornerà spesso a cercare spazi che non hanno ancora una forma definita.

Da Clifford Chance, dove arriva nel 1998, a White & Case, passando per un periodo a Londra in Credit Suisse, costruisce un percorso fatto di accumuli ed espansioni orizzontali. Nel 2007 diventa partner di Linklaters, poi regional managing partner per l’Europa occidentale, poi global head del business development e marketing – ruolo inedito per uno studio del Magic Circle. Intanto i board: Allianz Italia, Borsa Italiana, Il Sole 24 Ore, Politecnico di Milano, Moleskine, Stellantis. «Mi appassiono ma so anche lasciare andare», spiega. «Mi piace, quando una cosa è consolidata, prenderne una nuova da costruire».

Non è facile capire quanto questo racconto sia completamente spontaneo e quanto sia stato costruito nel tempo. Forse perché, a un certo punto, le due cose finiscono per coincidere.

Di certo c’è una costante: la capacità di intercettare un vuoto e renderlo praticabile. Non di strappare, non di rompere il sistema, ma di allargarlo quel tanto che basta per entrarci.

È lo stesso sistema che torna poco dopo, mentre parliamo del libro che ha pubblicato nel 2024: “La rivoluzione degli outsider”. Il titolo ha subito attirato la mia attenzione. Perché Claudia Parzani, dall’esterno, appare profondamente “in”: siede ai tavoli dove si prendono le decisioni che contano, conosce le persone giuste, è riconoscibile in qualsiasi ambiente di potere economico italiano. Eppure, sentirsi un’outsider non è, per lei, una posa.

Mi racconta che recentemente non ha potuto prender parte a un evento di un club privato perché riservato a soli uomini: «Ho chiesto di partecipare e mi è stato detto di no, anche se i temi che avrebbero trattato sono gli stessi di cui mi occupo ogni giorno».

Non è un episodio lontano nel tempo. Al contrario, appartiene a una Milano odierna, che si racconta come capitale europea del business moderno e inclusivo. «Le donne non entrano ancora in certi circoli. Peraltro, non esistono circoli simili costruiti per sole donne. Per questo motivo mi sento anch’io un’outsider: con un piede fuori, pur avendone uno dentro».

Questa tensione – dentro e fuori – torna più volte nelle sue parole. È una tensione che resta per ogni donna, d’altra parte, anche quando raggiunge i ruoli di vertice. «Pure nei contesti femminili che frequento e che ho contribuito a creare, non sempre ho trovato la stessa abitudine a coltivare il network. Certo, dipende molto da come si distribuiscono tempo e responsabilità. Il che, va da sé, incide sulla possibilità stessa di costruire relazioni».

Claudia Parzani

Tra i passaggi del suo percorso, c’è anche il 2021, quando corre per diventare senior partner di Linklaters. Per la prima volta nella storia della firm, le candidate sono tre donne.

«Non sono stata io quella che ce l’ha fatta. E quando perdi, ti torna addosso tutto quello che ci hai messo, compresi tempo ed energie. Pensavi che gli altri si sarebbero entusiasmati quanto te, e invece ti rendi conto che così non è stato». Le domando quale pensa sia stata la ragione, mi spiega di non essere stata sufficientemente capace di leggere il contesto e i suoi interlocutori. Poi fa quasi per tranquillizzarmi: «Ho elaborato la cosa, di certo non mi sono disperata! Anzi, con la senior partner attuale scherzo chiedendomi se abbia vinto lei o io, visto che il ruolo è piuttosto complesso».

Poco dopo quella sconfitta, Parzani diventa presidente di Borsa Italiana. «Il lavoro è una palla che rimbalza», mi dice.

Eppure, per molto tempo ha occupato tutto lo spazio. «È vero: spesso ho messo me stessa all’ultimo posto». Ci pensa meglio: «Me stessa… e il lavaggio della macchina!».

Ironizza mentre racconta di periodi faticosi, in cui ha dovuto tenere insieme molte cose, in cui ha rischiato il burnout. «Ora mi concedo più tempo». Il bagno caldo la sera. Camminare nella natura. Stare lontano dal telefono quando possibile. «Se posso non usarlo, meglio».

Le chiedo se il potere l’abbia mai fatta sentire sola. «Più che sola – ribatte – a volte mi ha intristita la competizione. Ma ogni scelta porta con sé rinunce e possibilità. È un equilibrio che si costruisce nel tempo».

E se potesse scegliere di ricominciare? Cosa farebbe, oggi, Claudia Parzani? Non cita il diritto. «Studierei storia e computer science, oppure filosofia». Parla di cultura, della capacità di essere interessanti, di saper raccontare.

È un’idea che torna anche quando ragiona sul futuro della professione, e che riassume in un’espressione che inizia a circolare anche nel dibattito internazionale: l’avvocato come “activator”. «Non quello che ha la risposta, ma quello che crea il contesto in cui quella risposta si attiva naturalmente». Un ruolo che tiene insieme competenze, relazioni, abilità di narrazione.

Il mondo legale, d’altronde, sta cambiando. Le law firm si fondono, crescono, si complicano. «Ma oggi gli studi non sono solo grandi: sono anche troppo “legal”. Ecco perché credo in un futuro fatto di professionisti che non hanno tutti lo stesso background».

I modelli evolvono, la tecnologia entra, i clienti internalizzano sempre più funzioni. In questo contesto, la figura dell’avvocato come puro tecnico del diritto sembra destinata a restringersi. «L’AI – continua – appiattirà sempre di più la competenza tecnica. Diventerà sempre più difficile distinguerti solo per i deal che hai chiuso. La differenza la fai nelle persone che metti insieme, nella contaminazione, nelle connessioni. E nel saper passare un’emozione – cosa che di certo non ti offre un manuale o ChatGPT».

Il discorso si sposta, quasi senza soluzione di continuità, su altro. Torna su Achille Lauro e sul «pubblico così eterogeneo sempre presente ai suoi concerti». Riflette ad alta voce sul cantante: «Ti rendi conto che evidentemente intercetta qualcosa a livello emotivo e per questo riesce a parlare a tutti».

Si ferma un attimo, poi aggiunge: «Se oggi dovessi pensare al mio funerale, mi piacerebbe che ci fossero amici, ragazzi giovani, studenti, persone che in questi anni mi hanno scritto. Persone che si ricordano di me per quello che sono riuscita a intercettare in loro, per quello che ho lasciato».

Le scappa un ultimo sorriso: «Dei deal che ho chiuso, in fondo, chi mai si ricorderà?»

Nel frattempo, la ciotola di marshmallow è rimasta lì, tra noi. Ne prendo un paio. Sono leggeri, dolci, si sciolgono in bocca. Come le impronte sul tavolo: durano un attimo e poi spariscono.

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michela.cannovale@lcpublishinggroup.com

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