Avvocati e IA. Diteci che l’usate, ma anche come. Video Editoriale – Legalcommunity n. 336

Avvocatura e tecnologia: usarla non basta, bisogna governarla

Qualcosa è cambiato, e vale la pena notarlo. Fino a poco tempo fa, molti studi legali preferivano non dire troppo ad alta voce che utilizzavano strumenti di intelligenza artificiale, quasi fosse una cosa di cui vergognarsi — come se ammettere l’uso della tecnologia significasse sminuire il lavoro dell’avvocato agli occhi del cliente. Oggi accade il contrario: gli studi annunciano con orgoglio le loro collaborazioni con società tech. Un cambio di passo che non è casuale.

La ragione è semplice: i clienti lo pretendono. Sanno — e giustamente — che l’AI è in grado di migliorare sensibilmente la qualità del lavoro legale, indipendentemente dalla bravura o dalla reputazione del professionista. Chi non si aggiorna rischia di essere percepito come chi ancora lavora senza strumenti adeguati.

Ma c’è un rovescio della medaglia, e ce lo ricorda una notizia di questi giorni dagli Stati Uniti: una grande law firm americana è stata sorpresa a usare l’intelligenza artificiale in modo poco accorto, producendo atti con le ormai celebri “allucinazioni” dell’algoritmo — citazioni inventate, riferimenti inesistenti. Il fatto che sia accaduto a uno studio ricco, strutturato e teoricamente evoluto è un segnale che non va sottovalutato.

Dotarsi della tecnologia migliore non è sufficiente. Bisogna formare chi la usa. Perché quando il mercato scopre che i tuoi atti sono pieni di errori generati dall’AI, nessuno strumento sofisticato potrà restituirti la fiducia persa.

francesco inchingolo

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