lunedì 19 feb 2018
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Robot lawyer e nuovi gap competitivi 

Robot lawyer e nuovi gap competitivi 

di nicola di molfetta

Sono intorno a noi. E lo saranno sempre di più. Robot. Intelligenze artificiali (AI). Con buona pace di Isaac Asimov, non si tratta di umanoidi, ma solo di algoritmi. Entità astratte. Flussi di dati. Ma capaci di avere un effetto più che concreto nella nostra vita e nelle nostre professioni. 

Anche in quella legale.

La copertina di questo numero di MAG racconta lo stato dell’arte. A partire da chi sono i primi avvocati italiani a essersi dotati di un sistema di AI per la gestione delle due diligence dando il primo colpo al muro di scetticismo che ancora circonda la categoria in Italia.

Troppo spesso, quando si affronta il tema dell’evoluzione robotica della professione, la prima reazione dei nostri connazionali è riassunta da un sopracciglio alzato accompagnato da un sorrisetto ironico. «In Italia? Ma no, non siamo pronti. Non sono utili. Magari bastasse pigiare un tastino per avere il lavoro fatto».

In realtà, però, come dimostrano il caso Portolano Cavallo e una ricerca curata da Bird & Bird sugli scenari che l’avvento di queste tecnologie sta aprendo, ciò di cui parliamo non è fantascienza, ma realtà. Non è il futuro, ma il presente.

Certo, siamo solo agli albori, ma com’è chiaro a molti, quella che si profila all’orizzonte e che già produce i suoi primi effetti è una sorta di quarta rivoluzione industriale. La sua peculiarità, però, è che a differenza del passato, questa rivoluzione coinvolge anche il settore dei servizi e quello delle professioni intellettuali rimasti praticamente indenni dopo le precedenti.

L’avvocatura ha visto dapprima nascere software in grado di svolgere alcune mansioni al posto di legali in carne e ossa. Ricordate DoNotPay? Si tratta di un chatbot inventato da uno studente di Stanford a fine 2015, grazie al quale è possibile presentare ricorsi contro multe e contravvenzioni. Oggi, il software è disponibile in tutti i 50 Stati Usa e negli ultimi due anni ha contestato la bellezza di 375mila verbali.

Questi software, poi, hanno fatto capolino anche negli studi legali. Oggi, le applicazioni prevalenti sono legate alla analisi dei documenti. L’obiettivo sembra generalmente la velocizzazione di alcune procedure, l’efficientamento di alcuni processi e l’abbattimento dei costi di alcune attività considerate commodity.

Insomma, fino a oggi, l’approccio degli studi legali che si sono avvicinati al mondo dell’AI è di tipo “interno”, guarda cioè a come questi strumenti possono migliorare o velocizzare o semplificare alcune fasi delle attività svolte dallo studio.

Le ultime indagini sull’argomento, però, ci dicono che questo approccio sarà superato in tempi rapidi. L’adozione di sistemi di AI, infatti, è destinata a ridisegnare completamente la dinamica dei rapporti tra studio legale e cliente. L’utilizzo di queste tecnologie non sarà semplicemente qualcosa che riguarda l’organizzazione della law firm di turno, ma rappresenterà l’infrastruttura tecnologica su cui viaggeranno le interazioni tra professionisti e clienti. Non si tratta di una mera teorizzazione. Ma dell’aspettativa dichiarata in più circostanze da general counsel e in house lawyer.

Il dato emerge anche da una ricerca pubblicata nelle scorse settimane da Herbert Smith Freehills che ha interpellato sull’argomento 22 dei suoi clienti più rilevanti. Questi hanno dichiarato che l’adozione di sistemi di AI dovrebbe migliorare gli attuali standard di collaborazione tra studio legale e aziende assistite. Insomma, l’evoluzione tecnologica, nelle aspettative di molti, dovrà dar vita a nuovi “ambienti” di lavoro in cui l’attività dei consulenti e quella dei clienti verrà svolta secondo nuovi modelli operativi in cui il flusso delle comunicazioni e delle attività non sarà più mono direzionale bensì bidirezionale.

Il tempo creerà nuovi standard relazionali che rischiano di tagliare fuori dal mercato chi non dovesse essere in gradio di tenere il passo con l’evoluzione degli strumenti. All’estero, tra market leader, questo concetto è molto chiaro. Tutte le maggiori law firm a livello globale stanno investendo sul fronte AI e sperimentando strumenti e soluzioni. In Italia, invece, la sensazione è che tra gli avvocati (fatte le debite eccezioni) prevalga ancora una rappresentazione macchiettistica di questi scenari. Un errore che rischia di rivelarsi fatale nel medio periodo. Ovvero nell’arco di tempo che servirà a chi si è già imbarcato verso la frontiera dell’AI per cominciare a rivoluzionare il settore. Scavando un nuovo gap competitivo rispetto a chi è rimasto ancora alle e-mail.

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