lunedì 19 feb 2018
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Private equity: chi l’ha detto che il mercato parla (solo) inglese?

Private equity: chi l’ha detto che il mercato parla (solo) inglese?

Nei primi nove mesi del 2016 i primi 20 operatori sul nostro mercato, stando ai dati Mergermarket elaborati da financecommunity.it, hanno chiuso o annunciato deal per un valore che si aggira sui 13 miliardi di euro (il dato è parziale poiché in molti deal l’ammontare è undisclosed). In totale sono state 80, sempre secondo i dati Mergermarket, le operazioni che nello stesso periodo hanno coinvolto un private equity. In Italia, le occasioni di investimento, dunque, ci sono, ma per essere colte vanno cercate, studiate e conosciute nel dettaglio.

Come ha spiegato Riccardo Bruno di Clessidra durante l’Italian Private Equity Conference organizzata a Milano in collaborazione con BonelliErede, Caceis e PwC: «Se gran parte dell’origination dipende ancora molto dalla relazione – ha evidenziato – per portare avanti un’operazione oggi serve avere una profonda conoscenza dell’azienda, molta esperienza, capacità di “levereggiare” le qualità del target e soprattutto di creare valore». La specializzazione, assieme all’uso di maggiori strumenti oltre ai fondi chiusi e una maggiore attenzione alle pmi, sono dunque dei trend che caratterizzeranno il private equity del futuro.

UN’INDUSTRIA TRICOLORE
Tornando ai giorni nostri e facendo un primo bilancio dei primi nove mesi del 2016, il settore dell’investimento del nostro Paese è stato dominato gli attori italiani, in controtendenza rispetto al 2015 quando a rappresentare quasi la metà del mercato erano i player stranieri (46% del totale stando ai dati Aifi). Fra i best 20 per numero di operazioni, stando a Mergermarket, quelli non italiani sono sei.

Il primo si trova al quinto posto, occupato dal francese Ardian, guidato in Italia da Nicolò Saidelli, protagonista in cinque operazioni. Gli altri, come Permira, Neuberger Berman e CVC Capital Partners, si trovano a partire dal quindicesimo posto, tutti con due o tre operazioni ciascuno.

In cima alla classifica c’è l’italianissimo (seppur con sede in Svizzera) Investindustrial di Andrea Bonomi, molto attivo soprattutto nella prima parte dell’anno, con sette deal per un totale di 2,288 miliardi di euro. Fra queste si ricordano l’acquisizione dalla famiglia Catelli del 60% di Artsana,titolare del marchio per l’infanzia Chicco e dei brand per la cura della persona PIC Solution, Lycia e Control, per quasi 1,2 miliardi, uno dei deal più ricchi di quest’anno. Rilevanti anche le acquisizioni di Valtur per 88 milioni lo scorso aprile, di tre resort (Ostuni, Pila e Marilleva) da Prelios sgr, che erano già gestiti da Valtur, e la gestione del Tanka Village in Sardegna da Antirion sgr. L’obiettivo del private equity è quello di dare vita a un vero e proprio polo italiano del turismo. In pipeline, un piano di investimenti da 100 milioni. Più recente la cessione di Stroili Oro a Thom Europe per 300 milioni.

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