Pirola Pennuto Zei & Associati, con Unyer, punta a una rete globale

di giuseppe salemme

L’estero attrae sempre più gli studi italiani. Le alleanze tra insegne indipendenti cominciano a configurare un nuovo trend. Pirola Pennuto Zei & associati ha aderito al network internazionale Unyer, che solo qualche mese prima era stato inaugurato dalla società di consulenza francese Fidal e dallo studio tedesco Luther.

Formalmente una swiss verein. Nella sostanza una “best friendship esclusiva” tra i tre studi, che puntano ad aggregare altre top firm nelle 20 maggiori economie mondiali, una per Paese.

L’operazione è stata annunciata il 15 settembre. Proprio lo stesso giorno in cui Nctm ufficializzava la nascita di Advant (si vedano i due articoli precedenti).

Obiettivi ambiziosi, per un network che già ora conta 2.500 professionisti e un fatturato aggregato di oltre 650 milioni di euro. I singoli studi aderenti manterranno strutture e organizzazioni indipendenti nei singoli Paesi, ma si coordineranno centralmente per quanto concerne le politiche di espansione internazionali. A dirigere le operazioni un comitato esecutivo che al momento comprende i timonieri delle tre organizzazioni aderenti: per Fidal, la senior partner e ceo Christine Blaise-Engel; per Luther, il managing partner Markus Sengpiel; per Pirola Pennuto Zei, il co-managing partner Massimo Di Terlizzi. Che a MAG ha raccontato i motivi di questa scelta e la strategia di espansione internazionale nel nuovo network.

Avvocato, quanto ha trovato curioso il fatto che due importanti studi italiani abbiano annunciato lo stesso giorno l’ingresso in due diversi network finalizzati all’espansione internazionale?

È stata una pura coincidenza. Che, tra l’altro, riguarda solo la data dell’annuncio: l’accordo, nel nostro caso, era stato firmato all’inizio di agosto; abbiamo voluto aspettare a comunicarlo al pubblico perché a settembre ci sarebbe stata la convention dello studio. L’abbiamo annunciato in primis in quella sede.

Il progetto Unyer era però partito ufficialmente a maggio. Si è trattato, nel vostro caso, di un’adesione a un progetto già ideato? O siete stati parte dell’idea fin dall’inizio?

È stato un percorso assolutamente condiviso fin dall’inizio. E per inizio parlo di almeno due anni fa, se non addirittura quattro o cinque se penso ai nostri primi contatti con Fidal. Siamo strutture simili: multidisciplinari, con la stessa cultura e la stessa tipologia di clientela. Quindi l’idea iniziale era proprio di lavorare insieme, rimanendo comunque indipendenti l’uno dall’altro.

E perché c’è voluto tanto?

Complice la pandemia e un cambiamento di management in Fidal, il progetto ha rallentato; tenuto conto che l’asse economico franco-tedesco è tra i più rilevanti in Europa, è stato poi inizialmente concretizzato da Fidal e Luther e subito dopo ci siamo uniti noi. Consideri che Unyer è stata costituita a maggio e a giugno abbiamo cominciato a vederci per organizzare il nostro ingresso.

Cosa vi ha spinto a questa decisione e cosa vi aspettate da una simile collaborazione?

Il punto cruciale è che costruire da soli qualcosa in ambito internazionale non è facile, anche quando magari hai tutte le carte in regola e la forza finanziaria per farlo, come nel nostro caso. Per raggiungere certe dimensioni occorrono tempo e…

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