L’English law è un bene da esportazione che vale 11 miliardi. Il diritto italiano? Resta nella culla

Nel 2025 il Regno Unito ha esportato quasi 11 miliardi di sterline di servizi legali. Ma il dato più interessante è un altro: Londra è riuscita a trasformare il proprio sistema giuridico in un prodotto globale. L’Italia, culla del diritto, continua invece a misurare poco la capacità di esportarlo. E forse non è soltanto un problema statistico.

Il diritto può essere un prodotto da esportazione. Il Regno Unito lo ha capito da tempo e gli ultimi numeri della Law Society of England and Wales permettono di quantificare quanto vale questa industria.

Nel 2025 le esportazioni britanniche di servizi legali hanno raggiunto 10,97 miliardi di sterline, contro 6,81 miliardi nel 2021. In cinque anni l’incremento supera quindi il 60%. L’Unione europea, con 3,67 miliardi, e gli Stati Uniti, con 3,21 miliardi, valgono insieme il 63% dell’export legale britannico.

Nel frattempo, il giro d’affari degli studi di solicitors in Inghilterra e Galles è arrivato a 37,14 miliardi di sterline, con una crescita dell’8% nel 2025. Il surplus commerciale generato dai servizi legali britannici è stato di circa 9,7 miliardi di sterline.

Numeri che raccontano qualcosa di più della buona salute delle law firm della City.

Londra esporta il suo diritto

Il vero prodotto britannico, infatti, non sono soltanto le ore fatturate dagli avvocati. È l’English law.

Il diritto inglese governa, secondo i dati raccolti dalla Law Society, circa 250mila miliardi di sterline di derivati globali, metà del commercio marittimo internazionale e circa il 40% delle transazioni commerciali e finanziarie internazionali considerate dal rapporto. Nel 2025 è stato inoltre scelto nel 13% dei nuovi casi della International Chamber of Commerce Court of Arbitration, davanti al diritto di New York, brasiliano, svizzero, tedesco e francese.

È qui che il legal business smette di essere semplicemente il mercato degli avvocati e diventa infrastruttura economica.

Quando due imprese scelgono l’English law per disciplinare un finanziamento, quando un fondo utilizza documentazione costruita su standard inglesi o quando due soggetti stranieri decidono di portare una controversia a Londra, attorno a quella scelta si muove una filiera. Studi legali, barrister, arbitri, esperti, litigation funder, consulenti e strutture specializzate nella gestione delle controversie.

La Brexit che non ha spento la City legale

C’è poi un elemento che rende questi numeri particolarmente interessanti.

La Brexit avrebbe potuto ridimensionare la centralità giuridica di Londra rispetto all’Europa continentale. Almeno finora, i dati sull’export raccontano una storia più complessa.

L’Unione europea resta infatti il principale mercato per i servizi legali britannici e vale da sola 3,67 miliardi di sterline.

Londra ha perso l’automatismo dell’appartenenza all’Unione, ma non l’infrastruttura costruita in decenni di globalizzazione finanziaria e legale: lingua, contratti, precedenti, tribunali, arbitrato, professionisti e reputazione internazionale.

Ed è proprio qui che il confronto con l’Italia diventa interessante.

E l’Italia?

L’Italia è, per definizione quasi scolastica, una delle culle del diritto occidentale. Ma trasformare una tradizione giuridica in un prodotto internazionale è un’altra cosa.

La prima difficoltà emerge ancora prima di confrontare i risultati: non disponiamo di una fotografia dell’export legale italiano altrettanto immediata e sistematica di quella prodotta dalla Law Society britannica.

La Banca d’Italia misura naturalmente le transazioni di servizi tra residenti e non residenti attraverso la bilancia dei pagamenti e pubblica le relative serie statistiche. Nel 2025, peraltro, l’export italiano di servizi ha accelerato e i servizi alle imprese hanno contribuito in misura rilevante alla crescita. Ma manca nel dibattito sul legal business italiano un indicatore riconoscibile e periodicamente aggiornato capace di rispondere alla domanda più semplice: quanto diritto esportiamo?

Non è solo una curiosità statistica.

Sapere quanto fatturato i principali studi italiani generano attraverso clienti e mandati internazionali sarebbe soltanto il primo livello dell’analisi. Bisognerebbe capire quante operazioni cross-border vengono disciplinate dal diritto italiano; quante invece, pur coinvolgendo aziende, banche, fondi o asset italiani, scelgono l’English law; quanti contenziosi internazionali vengono portati davanti ai tribunali o agli arbitri italiani; quanto lavoro viene generato in Italia da clienti senza alcun legame originario con il Paese.

In sostanza: quanto è esportabile il nostro sistema giuridico?

Dalla law firm alla jurisdiction

È questa forse la lezione più interessante che arriva da Londra.

Da anni il mercato legale italiano misura fatturati, professionisti, deal, lateral hire e quote di mercato degli studi. Sono indicatori fondamentali per capire il business delle law firm. Ma raccontano soltanto una parte della storia.

La competizione internazionale si gioca anche tra giurisdizioni.

Una governing law scelta in un contratto internazionale può generare lavoro per anni. Una sede arbitrale può attirare controversie che non hanno alcun collegamento originario con il Paese che le ospita. Un tribunale commerciale efficiente può diventare un’infrastruttura al servizio degli investimenti internazionali. Una comunità di professionisti abituata a lavorare cross-border può trasformare tutto questo in fatturato.

Il Regno Unito sembra esserne pienamente consapevole. Non a caso la Law Society presenta esplicitamente i propri dati sull’English law anche come uno strumento per sostenere il business development internazionale degli studi.

Il diritto italiano resta a casa

Per l’Italia la domanda, quindi, non dovrebbe essere semplicemente quanto fatturano all’estero i nostri studi.

Bisognerebbe misurare quanta parte del diritto prodotto in Italia riesce a viaggiare.

Milano dispone di un mercato sofisticato di avvocati d’affari, di una crescente esposizione ai capitali internazionali e di un ecosistema arbitrale che può rappresentare uno degli strumenti di questa internazionalizzazione. Gli studi italiani seguono quotidianamente operazioni globali e competono con le maggiori law firm internazionali.

Ma resta da capire quanto questa capacità professionale sia riuscita a trasformarsi nella capacità del sistema giuridico italiano di attrarre lavoro dall’estero.

È qui che il confronto con Londra diventa meno scontato.

Perché 10,97 miliardi di sterline di raccontano quanto sia forte un Paese quando riesce a convincere imprese che si trovano altrove, investono altrove e fanno affari altrove a utilizzare comunque le sue regole, i suoi contratti, i suoi tribunali e i suoi professionisti.

Il Regno Unito ha trasformato l’English law in un bene da esportazione. L’Italia lo ha lasciato nella culla (del diritto).

nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

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