Il dubbio come competenza: formare gli avvocati nell’era dell’AI
C’è un riflesso quasi automatico, in una parte dell’avvocatura, di fronte all’intelligenza artificiale: l’idea che le nuove generazioni saranno inevitabilmente meno preparate, meno profonde, meno capaci di “pensare il diritto”. È una tesi rassicurante, ma soprattutto è una tesi sbagliata. E, a ben vedere, profondamente arrogante.
Ogni trasformazione tecnologica ha prodotto lo stesso giudizio sui “nuovi arrivati”: troppo dipendenti dagli strumenti, troppo veloci, troppo superficiali. È accaduto con le banche dati giuridiche, con Internet, perfino con il copia-incolla. Eppure, la qualità della professione non è collassata. Si è trasformata. Pensare che questa volta sia diverso, senza una reale comprensione di cosa sia l’AI e di come funzioni, significa confondere il cambiamento con il declino.
Il punto, infatti, non è se l’intelligenza artificiale semplificherà alcune attività – lo farà, inevitabilmente. Il punto è capire quali competenze diventeranno centrali. Continuare a misurare il valore di un avvocato sulla base della sua capacità di accumulare informazioni o di redigere atti standard significa rimanere ancorati a un modello già superato.
La vera discontinuità è un’altra: l’AI non elimina il pensiero critico, lo rende indispensabile. Quando una macchina è in grado di produrre in pochi secondi una memoria o una sintesi giurisprudenziale, il valore non sta più nella produzione, ma nella valutazione. È lì che si giocherà la differenza tra un professionista e un utilizzatore passivo di strumenti.
Da qui la necessità di un cambio di prospettiva anche nella formazione. Non si tratta di “difendere” i percorsi tradizionali, ma di riconoscere che essi non sono più sufficienti. L’apprendimento giuridico non può limitarsi alla trasmissione di contenuti: deve diventare allenamento al dubbio. Allenamento a mettere in discussione l’output della macchina, a individuarne i limiti, a comprenderne i bias. Non è una semplificazione del percorso, è una sua sofisticazione.
Chi sostiene che i futuri avvocati saranno meno brillanti, in realtà, spesso non ha una conoscenza realistica degli strumenti di cui parla. L’intelligenza artificiale non “pensa”, non argomenta, non assume responsabilità. Restituisce correlazioni plausibili, non verità giuridiche. Proprio per questo, richiede professionisti più consapevoli, non meno.
La sfida, allora, non è proteggere una presunta età dell’oro della formazione forense. È evitare che il dibattito sia guidato da percezioni imprecise o da paure corporative. Perché il rischio reale non è che i giovani diventino meno capaci. È che chi li forma non sia disposto a rivedere i propri schemi.
In definitiva, la domanda non è se esista una versione “alternativa” del percorso di costruzione delle competenze. La risposta è già sotto i nostri occhi: quella versione esiste, ed è già in corso. Ignorarla o liquidarla come un impoverimento non è prudenza. È, più semplicemente, una rinuncia a capire.
QUESTO ARTICOLO APRE IL NUOVO NUMERO DI MAG. CLICCA QUI E SCARICA LATUA COPIA