Eni-Nigeria, gli avvocati dell’assoluzione

Tutti assolti perché «il fatto non sussiste». Il 17 marzo si è chiuso dopo tre anni il processo di primo grado in cui i vertici delle multinazionali petrolifere Eni e Shell, erano accusati di avere “aggiustato” a suon di mazzette la procedura per l’assegnazione di una concessione petrolifera in Nigeria.

Ad assistere gli imputati della multinazionale dell’oil & gas l’avvocato Nerio Diodà per la società, Enrico De Castiglione per Paolo Scaroni (ex CEO), la professoressa Paola Severino per Claudio Descalzi (CEO in carica), Guido Carlo Alleva e Giuseppe Fornari per Roberto Casula (ex Direttore regione Africa Sub-sahariana), Federica Rinaldini per Ciro Antonio Pagano (ex MD della controllata nigeriana NAE), con il supporto dello studio Dentons e dell’avvocato Claudio Giammarino.

Alla difesa della società e degli imputati di Eni ha preso parte anche il dipartimento legale interno, guidato dall’Avv. Stefano Speroni.

La difesa di Eni è stata per un lungo periodo portata avanti anche dal Prof. Carlo Federico Grosso, scomparso nel luglio 2019.

Nel collegio difensivo anche gli avvocati Francesco Mucciarelli e Bruno Lorenzo Cova per il colosso anglo-olandese Shell, Marco Calleri e Andrea Rossetti per Malcom Brinded,  Giuseppe Bianchi per Guy Jonathan Colegate e John Copleston, Chiara Padovani per Peter Robinson, nonché lo studio Chiomenti con il professor Francesco D’Alessandro, lo studio AMTF con Gian Filippo Schiaffino e Domenico Franchini.

«È un risultato di grande civiltà giuridica», è stato il commento di Nerio Diodà, legale di Eni. «Per me, che rappresento Eni, e i suoi circa 3mila dipendenti e un centinaio di società in giro per il mondo – ha proseguito – è un onore poter dire che è estranea a qualsiasi illecito penale e amministrativo».

Dopo 6 ore di camera di consiglio sono stati assolti i 15 imputati nel processo Eni-Nigeria, accusati di corruzione internazionale relativamente ai diritti di esplorazione del giacimento Opl245.

«Finalmente a Claudio Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda», ha affermato la professoressa Paola Severino, difensore dell’amministratore delegato del gruppo. «Speriamo di aver finito questo calvario – ha aggiunto Enrico de Castiglione (nella foto a sinistra), difensore di Scaroni – perché il mio assistito è sotto processo da 12 anni ed è stato assolto in tutti i gradi di giudizio per l’Algeria e sempre con formula piena». Anche per il caso Saipem–Algeria, infatti, sempre per l’accusa di corruzione internazionale, erano arrivate assoluzioni, pure per Eni, e definitive.

«Eravamo ovviamente sicuri dell’innocenza del nostro cliente, ma questo era un caso di così alto profilo e la pressione da ogni parte era così forte che non si può mai essere sicuri – ha detto Giuseppe Fornari, l’avvocato dell’ex manager Roberto Casula -. A volte in un processo come questo si può perdere per un piccolo dettaglio».

«Con questo verdetto il mio assistito è stato riabilitato di fronte alla comunità internazionale», ha spiegato Gian Filippo Schiaffino, socio dello stido legale Amtf , legale di Falcioni, che fu console onorario in Nigeria. «Dopo tre anni di dibattimento finalmente è stata riconosciuta l’integrità di Malcom Brinded», ha dichiarato l’avvocato Marco Calleri, partner di Penalisti Via Manin 3 (studio associato Mucciarelli), mentre l’ad di Shell Ben van Beurden ha tenuto a sottolineare che «abbiamo sempre sostenuto che l’accordo del 2011 fosse legittimo». Infine, Eni ha fatto sapere che «la sentenza ha finalmente stabilito che la società, l’amministratore delegato Claudio Descalzi e il management coinvolto nel procedimento hanno mantenuto una condotta assolutamente lecita e corretta».

La Procura prima dell’estate scorsa aveva chiesto condanne per tutti. In particolare aveva chiesto 8 anni per Scaroni e Descalzi, 7 anni e 4 mesi per Casula e 6 anni e 8 mesi per Pagano. Per le due società 900.000,00 euro di sanzione amministrativa da reato per il Decreto 231, oltre a 1.092.040.000,00 dollari di confisca.

Proprio tale somma, secondo la tesi dell’Accusa, sarebbe stata illecitamente destinata a pubblici ufficiali nigeriani, tra cui il Presidente Jonathan Goodluck, il Ministro del Petrolio Diezani Alison-Madueke e il Ministro della Giustizia Mohammed Bello Adoke, al fine di consentire a Eni e a Shell l’acquisizione dei diritti di esplorazione dell’asset petrolifero denominato OPL245, uno dei blocchi più profittevoli della Nigeria.

Le richieste di pena sono da sempre ritenute dalla società di San Donato “prive di qualsiasi fondamento”, e “in assenza di qualsivoglia prova o richiamo concreto ai contenuti della istruttoria dibattimentale”.

L’avvocato de Castiglione nel suo intervento ha ribadito che «Eni e Shell non hanno fornito alcuna provvista né alcuna tangente, ma hanno pagato per ottenere una licenza. Non vi è stata alcuna discussione con pubblici ufficiali, ma solo una discussione tecnico-economica sul prezzo del bene».

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