DLA Piper apre ai counsel in Italia: le persone sono un asset

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“Grandi dimissioni” negli studi legali? Il tema, trattato nello scorso numero 180 di MAG, ha fatto discutere molti addetti ai lavori, nella piazza pubblica dei social ma anche off the record. Lo spettro di opinioni ed esperienze è ampio: c’è chi nega di sentire l’incidenza del fenomeno, chi è un po’ scettico e minimizza. E poi c’è chi dice di farci i conti da anni (si veda l’intervista al gruppo tax di Withers nell’ultimo MAG).

Ma a dire il vero si tratta di un dibattito fuorviante, almeno in questi termini. Perché il suo scopo non dovrebbe essere solo quello di contare in quanti stanno abbandonando la professione (per quanto siano sempre di più a considerare l’ipotesi, come si evince dal nuovo Rapporto Censis sull’Avvocatura). Ma capire come sta evolvendo il mercato. E se sta effettivamente vivendo il passaggio da una situazione di scarsità di domanda a una di scarsità di offerta, in cui saranno gli studi a dover fare a gara per accaparrarsi i talenti migliori.

Di questo avviso sono Wolf Michael Kühne (nella foto a sinistra) e Giampiero Falasca (nella foto a destra), rispettivamente country managing partner e people strategist per l’Italia dello studio Dla Piper, che hanno rivelato in anteprima a MAG la nuova policy di gestione delle risorse umane dello studio.

Si tratta di un piano sviluppato su più punti: a saltare subito all’occhio è indubbiamente l’istituzione della figura del counsel, inedita finora nello studio. Ma che comprende anche nuove forme di partecipazione alla gestione dello studio, aperte a tutti i collaboratori; l’immancabile policy di smart working; e anche un deciso sforzo teso a rendere equilibrato, trasparente, prevedibile e meritocratico l’intero percorso di carriera degli avvocati della firm. Il tutto con un obiettivo dichiarato: diventare «il miglior posto di lavoro nell’industria legale italiana». Perché, come spiega l’avvocato Falasca, nei prossimi anni saranno gli studi e le aziende a competere per farsi scegliere dai professionisti, e non più il contrario.

«Per uno studio professionale le persone sono la risorsa più importante da gestire» spiega Kühne a MAG. «In quest’ottica, la nomina di Giampiero [Falasca, ndr] a nostro people strategist ha rappresentato la prima mossa di un piano di revisione dell’intero fattore “people” dello studio. Un percorso su cui abbiamo iniziato a riflettere lo scorso autunno, e che continuerà nei prossimi mesi».

Iniziamo dunque dalla novità principale: l’istituzione della figura del counsel. Da quali esigenze nasce?

Wolf Michael Kühne (WMK): Siamo uno studio che storicamente ha scelto di muoversi nel campo dell’istituzionalizzazione, e di non essere dominus-based. E allo stesso tempo di essere uno studio unico, non un franchising: quindi di avere un’unica equity partnership globale, senza nessuna second-tier partnership. Ma questo fa sì che l’asticella per l’ingresso sia molto alta: per questo abbiamo concluso che avere una figura senior intermedia e distinta dal fee-earner fosse la scelta migliore.

Giampiero Falasca (GF): Quando ci siamo chiesti come rafforzare i percorsi di carriera ci siamo resi conto che tra la figura di associate più alta e quella di socio mancava una posizione intermedia, in grado di dar sfogo alle esigenze di crescita di quei professionisti ancora sprovvisti del business case per arrivare all’equity.

Quali caratteristiche avranno i counsel dello studio?

WMK: Innanzitutto possibilità di agire in autonomia verso l’esterno. Internamente, avranno la responsabilità di coordinamento e formazione di un team di professionisti. In più, parteciperanno a gran parte delle attività riservate ai soci e disporranno di un proprio budget per le attività di business development. Con la precisazione che il nostro obiettivo non è quello di prolungare il percorso verso la partnership, ma di abbreviarlo e agevolarlo: quindi il requisito per diventare counsel sarà un business case che in brevi tempi possa essere sviluppato in modo da raggiungere quel traguardo.

Tempo fa (era il 2016) su queste pagine raccontavamo della possibilità di opt-in alla partnership: sostanzialmente un’autocandidatura a partner a disposizione dei professionisti dello studio. È un meccanismo che rimarrà?

WMK: Assolutamente sì. Anche in ragione di quanto ho appena detto: richiedere al singolo professionista di descrivere il business case che andrebbe a sviluppare da socio lo responsabilizza, allena il suo spirito d’iniziativa e mette alla prova la sua capacità imprenditoriale. Se guardiamo ai percorsi compiuti dai nostri partner negli ultimi anni posso dire che il sistema ha avuto risultati straordinari; per questo rimarrà a disposizione anche di coloro che vogliono candidarsi al ruolo di counsel.

Nel complesso, quali frutti sperate di raccogliere da questa novità?

WMK: Nel breve termine…

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