giovedì 23 mag 2019
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CONSULENZA LEGALE, ESCLUSIVA E ANTITRUST: E SE AVESSERO RAGIONE GLI AMERICANI?

CONSULENZA LEGALE, ESCLUSIVA E ANTITRUST: E SE AVESSERO RAGIONE GLI AMERICANI?

di nicola di molfetta

Sembra un film già visto. Antitrust contro avvocati. Il gong dell’ennesimo round è suonato lo scorso 4 luglio, quando l’autorità guidata da Giovanni Pitruzzella ha recapitato al Governo le sue indicazioni per la predisposizione del disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza. Tra i numerosi capitoli del documento (in cui sostanzialmente si dice che per la liberalizzazione dei mercati e per la semplificazione molto è stato fatto ma ancora tanto resta da fare) ce n’è uno dedicato alle professioni. E tra i soggetti contro cui l’autorità ha nuovamente deciso di scagliarsi ci sono, ça va sans dire, gli avvocati.

L’elenco delle cose che ancora non vanno nell’amministrazione della professione e soprattutto nelle regole che la governano è piuttosto lungo e, per certi versi, simile al passato. Tuttavia, il cahier de doléances comincia con il riferimento a una delle più rilevanti novità contenute nella legge 247/12 che dopo quasi 80 anni ha riscritto le norme alla base della professione: l’esclusiva riservata agli avvocati per la consulenza stragiudiziale.

Va detto, a onor del vero, che l’indicazione inserita nell’articolo 2 (sesto comma) della legge di San Silvestro, non sembra aver prodotto particolari effetti. La sua portata, prima dell’approvazione del testo definitivo, è stata annacquata. Nello specifico, infatti, il testo prescrive che l’esclusiva sulla consulenza stragiudiziale di carattere legale sussiste solo nel caso in cui l’attività venga «svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato». Come al solito, tre aggettivi bastano a neutralizzare l’effetto della riforma, ovvero, come sottolinea per parte sua l’antitrust di Pitruzzella a introdurre «dubbi interpretativi» e a reintrodurre «in modo surrettizio la definizione di un ambito di attività di competenza esclusiva degli avvocati».

Fuori dal burocratese, ciò che la legge ha prodotto è uno steccato teorico per tutelare gli interessi della categoria che vede ridursi giorno dopo giorno la propria “riserva di caccia” e il proprio reddito medio pro-capite. Ma si tratta di uno steccato nascosto. Coperto da chili di edera. Mimetizzato. Da invocare solo in caso di estrema necessità. E come tale, incapace di produrre qualsivoglia effetto concreto. Positivo o negativo che sia.

Sul tema dell’esclusiva sulla consulenza stragiudiziale, finora, si sono pronunciati in pochi. E il motivo è semplice. L’esistenza di questa riserva, vera o presunta, di fatto non ha prodotto effetti. La politica forense non è stata sufficientemente forte da imporre una norma chiara. E alla fine il tutto, come spesso accade, si è risolto in una nuvola di fumo. Ma siamo sicuri che l’introduzione di un’esclusiva di questo genere non sarebbe una cosa utile? Istintivamente verrebbe da rispondere di sì. Poi, però, si scopre che negli Stati Uniti d’America (Paese “leggermente” liberista) nessuno può permettersi di dare nemmeno un consiglio a un amico senza rischiare di essere sanzionato per esercizio abusivo della professione.

Le norme Usa in materia sono severissime. E l’ambito di applicazione è amplissimo. Si immagini la classica situazione in cui una persona scrive a un conoscente per chiedere un consiglio su come risolvere un dissidio con il suo vicino di casa o con il proprio datore di lavoro. Ebbene, se il conoscente in questione dovesse avere l’ardire di fornire per iscritto la sua risposta dovrebbe concludere la sua e-mail con una sigla tipo Ianal (“I am not a lawyer”) o Tinla (This is not a legal advice). I pareri in materia legale, dicono i liberalissimi americani, vanno rilasciati dagli avvocati. E chi dovesse violare questo principio di buon senso o farsi tentare dalla voglia di trasformare una propria eventuale “dote naturale” nel consigliare gli altri in una professione, dovrebbe pensarci su un paio di volte.

In Italia, dove il primo consulente legale di ogni cittadino è il portiere del palazzo, seguito dai fantomatici quattro amici al bar a cui, forse, in ultima istanza, segue l’avvocato di famiglia che almeno non costa caro (cosa importa se ha sempre e solo fatto successioni e testamenti e ciò di cui si ha bisogno è una consulenza in materia aziendale…) una norma del genere servirebbe? A giudicare dallo stato di salute finanziaria della categoria, verrebbe da dire di sì. O quanto meno, sarebbe opportuno cercare di stabilire in che modo dare rilievo e riconoscimento a una professione sicuramente liberale ma il cui esercizio non dovrebbe ammettere improvvisazioni né tra gli iscritti agli Albi né, tantomeno, tra i non iscritti. Chiedo scusa per il consiglio non richiesto. A proposito: INSUA (Io Non Sono Un Avvocato).

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