C’è un nuovo fine dining sul Lago di Como
Postilla per il lettore. I più attenti di voi si saranno accorti che un paio di settimane fa abbiamo pubblicato la seconda edizione della nostra guida – che porta lo stesso nome della rubrica che ogni venerdì attendete trepidanti – che dall’anno scorso mappa i ristoranti segnalati dalla nostra community legale, sempre più appassionata e gourmand. Quest’anno troverete oltre 200 ristoranti in più, nuovi tête-à-tête con i nostri avvocati, e una rubrica nuova di pacca a tema vinesco. Non vi dico altro: correte a comprarla qui.
*le tavole della legge
Siamo alle ultime segnalazioni estive prima della (meritata) pausa estiva. E oggi vi portiamo fuori Milano, sul Lago di Como, per essere precisi, sul ramo lecchese. Un progetto tiene insieme ristorazione, architettura, territorio, e famiglia.
Voluto infatti da Domenico Todeschini e dai figli Davide e Matteo, Niòbē (il nome richiama un personaggio della mitologia greca) è ristorante, bistrot e cantina e racconta un lago, quello lariano, fatto di profondità, montagne, materia.
A curare la progettazione della struttura, Flaviano Capriotti che ha recuperato e trasformato una villa privata preesistente. Gli spazi interni – che riprendono i colori del lago e delle montagne lecchesi – si dispongono su 430 metri quadri, mentre il giardino quasi raddoppia, con i suoi 700 metri quadri e l’accesso al lago.
I giardini, inoltre, sono stati curati da Hortensia-Vittorio Peretto, valorizzando la vegetazione e riportando in auge il gusto storico delle ville del Lago.
In cucina, il navigato Franco Caffara, che alle spalle ha una lunga esperienza con Il Salumaio di Montenapoleone, a Milano e a Tokyo, e l’esperienza stellata de I Tigli al Lago, prima a Cirimido.
Quello di Niòbē è un ambiente elegante, ricercato e suddiviso in vari piani. Al piano terra si trova il bistrot, che vede la presenza di un ampio banco bar dalle forme sinuose; 32 i posti a sedere. Il primo piano, invece, ospita il ristorante di fine dining, anch’esso da 32 coperti, calda e accogliente.

Qui, oltre ai percorsi stagionali dello chef Caffara, buona parte dell’esperienza gira attorno al mondo del vino; ecco la cantina a vista, che è in realtà una vera e propria “wine room” e ospita oltre 600 etichette. Sul piano del ristorante, una sala privata che può ospitare fino a dieci ospiti. Ormai un plus richiestissimo nell’alta ristorazione.
Ma come si mangia al Niòbē? Innanzitutto, molto bene. La mano tradizionale dello chef riprende i sapori del territorio e li sviluppa nel percorso, alla carta – diviso in tre atti, che non sono altro che antipasto, primo e secondo, la luce dell’origine, la trasformazione silenziosa, il ritorno alla sorgente – oppure raccontato in cinque passaggi. Carni, pesci e vegetali: ottima materia prima e zero eccessi.
A colpirci particolarmente la ceviche di luccioperca – tipico del territorio lacustre – con cipolla rossa e peperoncino aji, e lo spaghetto tiepido, con un’estrazione di gamberi, bergamotto e salicornia. Stupisce l’animella di vitello con ricci di mare e lievito alimentare. Vale sicuramente la pena abbinarci il percorso vini.
*a cura di letizia ceriani