mercoledì 02 dic 2020
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Carofiglio mette all’indice l’avvocatese

Carofiglio mette all’indice l’avvocatese

di luana lamparelli

 

Esattamente a un anno di distanza dalla pubblicazione dell’ultimo caso dell’avvocato Guerrieri, “La regola dell’equilibrio”, Gianrico Carofiglio (nella foto) è tornato in libreria con un saggio intitolato “Con parole precise”. «Occuparsi del linguaggio pubblico», dice in questa intervista a MAG l’ex magistrato scrittore, «è un tema centrale della democrazia». E l’obiettivo di questo lavoro è diventare un breviario di scrittura civile. ?Nel saggio, Carofiglio pone sotto la lente d’ingrandimento il linguaggio dei magistrati, dei giuristi e dei giornalisti, lanciando un messaggio che ha il sapore della sfida.

Perchè un saggio sull’uso della parola che si faccia breviario di scrittura civile?
Perché occuparsi del linguaggio pubblico, del linguaggio della politica, del diritto, del giornalismo, anche delle aziende, è un tema centrale della democrazia. La democrazia ha bisogno della chiarezza. Quando il parlare è oscuro, il dialogo è difficile – scompare, quasi – e la qualità della vita democratica regredisce.  

Dal libro, all’iniziativa: lezioni frontali con gli avvocati del futuro…
L’idea di fondo è che, quando si parla di linguaggio, estetica, etica ed efficacia coincidono. Un linguaggio chiaro e bello è anche un linguaggio efficace, che consente meglio di conseguire risultati. Ciò detto: si tratta di lezioni non solo con e per gli avvocati del futuro, ma anche  per quei professionisti che hanno alle spalle lunghi anni di esperienza, professionisti consolidati, affermati ma anche consapevoli della dimensione culturale del loro lavoro, sensibili e attenti al tema della comunicazione efficiente e chiara, del linguaggio chiaro.

La chiarezza non va a braccetto col gergo professionale…
Il linguaggio degli avvocati,  dei magistrati, dei giuristi in genere è ancora oggi costruito per escludere più che per comunicare; per creare distanza tra chi è giurista e chi è fuori del recinto della casta. Spesso è un fenomeno inconsapevole. Io stesso quando ancora facevo il magistrato, non ero consapevole di scrivere nel modo che contesto nel mio nuovo libro, “Con parole precise”. Rendermene conto, acquisirne consapevolezza – il che è dipeso da molte ragioni – ha messo in moto il cambiamento di cui questo libro è in qualche modo un punto di arrivo.

Un’esigenza/necessità che investirà tutti coloro che rientrano nella “casta”, per utilizzare un termine molto usato nel suo saggio?
Non è facile rispondere. Tra gli avvocati e i giuristi in genere alcuni sono interessati a mettersi in discussione e cambiare, acquisire chiarezza di linguaggio e quindi costruire una comunicazione chiara ed efficace. Altri probabilmente no. Quando utilizzo il termine “casta” mi riferisco ai giuristi che si pongono – consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente –  in termini di antagonismo ed esclusione nei confronti di chi giurista non è. Appartengono alla casta coloro che sfruttano il potere del linguaggio oscuro.  

Ossia?
Questo fenomeno riguarda tutti: giovani avvocati, anziani magistrati, professionisti di provincia o titolari e soci di grandi studi legali. Fra di loro alcuni sono più inclini a ragionare, a interrogarsi e a progredire sui temi del linguaggio. Altri no. Bisogna essere consapevoli però che riflettere sulla qualità della lingua dei giuristi ha una diretta attinenza col progresso della cultura giuridica e, in generale, con il progresso di una cultura professionale realmente democratica.

Cosa farebbe se fosse alla guida di una law firm?
….

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