Banco Bpm lancia la proposta di fusione a MPS. Gli advisor in campo
Il CdA di Banco BPM ha deliberato all’unanimità di avanzare a Banca Monte dei Paschi di Siena una proposta di aggregazione strutturata come merger of equals. Il gruppo risultante supererebbe i 50 miliardi di capitalizzazione di Borsa. La lettera, resa nota nelle ultime ore, chiede di aprire un tavolo di negoziato per definire i termini di una possibile aggregazione concordata.
Banco BPM auspica di avviare rapidamente il confronto con il management di MPS per strutturare un percorso formale di integrazione.
Gli advisor
Banco BPM è affiancata da da Legance – Avvocati Associati sul fronte legale e da Citigroup Global Markets Europe e Goldman Sachs Bank Europe come advisor finanziari.
I dettagli
L’operazione, se portata a termine, darebbe vita al secondo operatore bancario italiano per finanziamenti e depositi, dopo Intesa Sanpaolo.
Sul piano industriale, il razionale dell’operazione poggia su tre pilastri. Il primo è la copertura geografica complementare: il gruppo combinato sarebbe primo per numero di filiali in Lombardia, Toscana e Veneto, rafforzando al contempo il presidio nel Centro-Sud. Il secondo è la convergenza delle fabbriche prodotto, con riferimento alle attività già internalizzate da Banco BPM e alle strutture complementari che MPS porta con sé attraverso l’integrazione in corso con Mediobanca. Il terzo è la partecipazione di MPS in Assicurazioni Generali, che aprirebbe opzioni strategiche significative per il nuovo gruppo.
Le sinergie stimate superano 1,1 miliardi di euro lordi l’anno: oltre 650 milioni attribuibili a risparmi di costo e circa 450 milioni a incremento dei ricavi, di cui 250 milioni generati dalle reti distributive e 200 milioni dall’ottimizzazione delle fabbriche prodotto. I costi di integrazione sono quantificati in circa 1,1 miliardi di euro, al netto dei quali la creazione di valore attesa è di almeno 5,5 miliardi.
Dal punto di vista finanziario, il CET1 ratio pro-forma del gruppo combinato si attesterebbe intorno al 15% — con potenziale upside legato all’applicazione del Danish Compromise alla quota Generali — mentre l’utile netto a regime è stimato in circa 6 miliardi di euro, con una crescita dell’EPS a doppia cifra. La capitalizzazione aggregata supererebbe i 50 miliardi sulla base dei prezzi di mercato al 5 giugno 2026.