Avvocati: under 40 e intelligenza artificiale riscrivono le regole del gioco

Il decimo Rapporto sull’Avvocatura, frutto della collaborazione tra Cassa Forense e Censis e presentato alla Camera dei deputati, consegna un’immagine della professione forense che, pur migliorata nei fondamentali economici, sta attraversando una silenziosa rivoluzione organizzativa e tecnologica. Al centro di questa trasformazione ci sono due fenomeni che si intrecciano: il cambiamento del modello di lavoro tra le generazioni più giovani e un’accelerazione nell’adozione dell’intelligenza artificiale che non ha precedenti nella storia recente della categoria.

Le cifre principali

Sul piano demografico nel 2025 gli iscritti alla Cassa sono 228.641, di cui 211.464 avvocati attivi e 17.177 pensionati, mentre nel 2025 Cassa Forense ha erogato circa 36 mila trattamenti pensionistici. Sul fronte economico nel 2024 il reddito complessivo Irpef degli avvocati ha raggiunto gli 11,2 miliardi di euro (+7,1% rispetto al 2023), mentre il volume d’affari complessivo ha superato i 16 miliardi (+5,7%). Il reddito medio si attesta a 51.912 euro (+8,9%) ma con un marcato divario di genere: 67.959 euro per gli uomini contro 33.829 per le donne.

Lo studio monopersonale non è più il futuro

Il modello dello studio individuale continua a dominare l’avvocatura italiana: il 66,2% degli iscritti lavora ancora in autonomia, senza soci né collaboratori strutturati. Una cifra che riflette una tradizione profondamente radicata nella cultura giuridica del Paese, dove l’indipendenza professionale è stata per decenni sinonimo di identità e prestigio.

Ma guardando alla generazione under 40, quella fotografia cambia radicalmente. Solo il 42,4% dei giovani avvocati sceglie la strada del lavoro in solitaria. La maggioranza, quasi sei su dieci, opta invece per forme organizzative più flessibili e collaborative: studi associati, reti professionali, strutture multi-specialistiche. Un dato che non è semplicemente il segnale di una preferenza generazionale, ma riflette una lettura del mercato legale contemporaneo, dove la complessità delle materie trattate e la pressione competitiva rendono sempre meno sostenibile l’approccio del professionista isolato.

Questo scarto generazionale — oltre venti punti percentuali tra over e under 40 — è probabilmente il dato strutturale più rilevante dell’intero rapporto. Suggerisce che l’avvocatura dei prossimi anni assomiglierà sempre meno allo stereotipo novecentesco del professionista indipendente e sempre più a un ecosistema di competenze integrate, dove la collaborazione è un vantaggio competitivo prima ancora che una scelta.

L’intelligenza artificiale: da curiosità a strumento di lavoro

Se il cambiamento organizzativo si muove su tempi generazionali, la rivoluzione tecnologica ha una velocità ben diversa. I numeri sull’adozione dell’intelligenza artificiale contenuti nel Rapporto sono semplicemente straordinari: in un solo anno, la quota di avvocati che utilizza strumenti di IA è passata dal 27,5% al 55,3%. Una crescita di quasi 28 punti percentuali in dodici mesi, che trasforma quello che era ancora una minoranza avanzata in una maggioranza silenziosa.

Il dato diventa ancora più significativo tra i professionisti più giovani: tra gli under 40, il 70,3% dichiara di utilizzare l’intelligenza artificiale nel proprio lavoro. Tre avvocati su quattro della generazione più giovane hanno già integrato questi strumenti nella pratica quotidiana, per attività che spaziano dalla ricerca giurisprudenziale alla redazione di atti, dall’analisi contrattuale alla gestione documentale.

Questa accelerazione non è casuale. Coincide con la disponibilità su larga scala di strumenti generativi accessibili e relativamente economici, che non richiedono competenze tecniche specialistiche per essere utilizzati. Ma coincide anche con una pressione competitiva crescente: in un mercato dove i compensi medi restano molto differenziati — il reddito medio complessivo è di 51.912 euro, ma con un divario marcato tra fasce — l’efficienza operativa diventa una leva fondamentale.

Produttività e competitività: le ragioni della corsa all’IA

Perché gli avvocati stanno adottando l’intelligenza artificiale a questa velocità? Le ragioni sono almeno tre, e si sovrappongono. La prima è la pressione sul tempo: il Rapporto evidenzia come il carico di adempimenti amministrativi e fiscali rappresenti una delle principali fonti di preoccupazione per il reddito futuro (32,4% dei rispondenti). Strumenti capaci di automatizzare almeno in parte queste attività liberano ore preziose per il lavoro di consulenza ad alto valore aggiunto.

La seconda ragione è la concorrenza. Con oltre 211.000 avvocati attivi sul territorio nazionale e una densità professionale tra le più alte d’Europa, la differenziazione diventa cruciale. Chi riesce a offrire risposte più rapide, analisi più approfondite e costi più contenuti ha un vantaggio reale. L’IA, in questo senso, non è solo uno strumento di efficienza ma anche un elemento di posizionamento competitivo.

La terza ragione è culturale, e riguarda soprattutto i giovani: chi si è formato nell’ultimo decennio ha già una familiarità con gli strumenti digitali che rende l’adozione dell’IA meno un salto e più una naturale evoluzione del metodo di lavoro.

Una professione che cambia pelle

Incrociando i dati sull’organizzazione del lavoro con quelli sull’adozione tecnologica emerge un ritratto coerente: l’avvocatura italiana sta sviluppando un suo modello originale di innovazione. Non è la disruption radicale evocata da chi prevede la sostituzione dei professionisti legali con algoritmi, né è l’immobilismo di chi si aggrappa alle pratiche tradizionali. È qualcosa di più pragmatico e forse più solido: una trasformazione graduale, guidata dai giovani, che combina collaborazione umana e supporto tecnologico.

Il segnale più incoraggiante, in questo senso, è che le due tendenze si rafforzano a vicenda. Gli studi più collaborativi sono anche quelli più propensi all’innovazione tecnologica: la logica di rete, applicata sia alle persone che agli strumenti, diventa il tratto distintivo di una nuova avvocatura.

Resta aperta la questione di come il sistema nel suo complesso — la formazione universitaria, l’accesso alla professione, il welfare previdenziale — saprà accompagnare questa trasformazione senza lasciare indietro chi, per ragioni anagrafiche o geografiche, parte da condizioni più difficili.

nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

SHARE