venerdì 04 dic 2020
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Avvocati e soci di capitale, l’opportunità e la sfida

Avvocati e soci di capitale, l’opportunità e la sfida

di nicola di molfetta

È la riforma che gli studi legali, in particolare quelli associati, dicono di aspettare da anni. Via libera ai soci di capitale. Il legislatore ci riprova. In passato, altri tentativi del genere (come quello della legge di stabilità 183/11) sono stati fermati dalla cosiddetta lobby degli avvocati. La parte meno avanguardista della corporazione. Quella allergica al mercato. La parte che, da sempre e strenuamente, ha opposto una resistenza assoluta a ogni tentativo di far evolvere la professione in senso imprenditoriale.

L’arrivo di un socio di capitale può rappresentare senz’altro un’opportunità per gli studi legali. In particolare per quelle organizzazioni che vogliano recuperare risorse fresche per realizzare investimenti strategici come l’apertura di nuove sedi all’estero o dotarsi d’infrastrutture tecnologiche innovative o ancora acquisire le migliori risorse professionali sul mercato.

L’arrivo di un socio di capitale, inoltre, potrebbe avere un effetto benefico anche sull’organizzazione e la governance delle attuali associazioni tra professionisti. Dare vita a una struttura in forma societaria, infatti, richiederebbe anche una maggiore definizione dei ruoli e delle funzioni, dando ordine al business legale, razionalizzando i processi e aumentando il grado di trasparenza di queste strutture a cominciare dal piano contabile. È inimmaginabile, infatti, che uno studio legale che voglia trasformarsi in società possa attrarre un ipotetico socio di capitale senza offrirgli una panoramica completa ed esaustiva della propria situazione economica: ricavi, costi, debiti e profitti.

La transizione da associazione a società professionale, inoltre, potrebbe comportare anche un’altra importante novità: quella di ridefinire i rapporti con i collaboratori di studio, ovvero con gli avvocati che, oggi, lavorano in esclusiva (o quasi) per un’associazione professionale specifica che, di fatto, rappresenta il loro primo e principale cliente. Quale sarà il loro destino nelle future società legali? Conserveranno la loro partita Iva o diventeranno dipendenti a tutti gli effetti? In questo secondo caso, giusto per parlare ancora di economics, l’impatto sui conti e in particolare sulla redditività dell’ex studio associato sarebbe ben diverso. Credere che le società potranno mantenere una profitability del 50% (o addirittura superiore) sembra piuttosto illusorio.

Resta infine un ultimo e cruciale interrogativo: ma chi sarebbe interessato a investire in uno studio legale per diventarne socio di capitale? Difficile pensare che private equity o venture capitalist possano gettarsi a capofitto sul settore. Primo perché la dimensione di queste operazioni sarebbe, date le dimensioni delle società in questione, decisamente contenuta. Secondo perché queste partecipazioni (il Ddl del ministero dello Sviluppo economico prevede un tetto del 30%) saranno piuttosto illiquide. Immaginare una exit strategy classica, come per esempio la quotazione in Borsa, è al momento ancora fantascienza. Quindi, a voler essere realisti gli unici soggetti che potrebbero inizialmente decidere di mettersi in società con gli avvocati di una Stp potrebbero essere alcuni clienti, ad esempio bancari o assicurativi, magari interessati all’esternalizzazione della loro funzione legale in strutture, di fatto, a loro legate.

Un problema o un’opportunità? Di sicuro questa dei soci di capitale rappresenta una grande sfida per l’avvocatura che ora dovrà decidere se affrontarla o rifuggirla come fatto in passato.

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aaa cercasi
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