Avvocati a Congresso: parliamo di comunicazione? Purtroppo no

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di nicola di molfetta

Inutile nasconderlo, la delusione è tanta. Il prossimo Congresso nazionale forense di Lecce aveva creato grandi aspettative. In particolare, perché, secondo le voci che si potevano raccogliere in giro, avrebbe potuto essere il primo Congresso della storia in cui il tema della comunicazione e di tutte le sue declinazioni possibili sarebbe stato affrontato al fine di avviare una discussione seria e costruttiva sul tema.

E invece niente. La mozione n.8 (presentata dal presidente di Movimento Forense, Nino La Lumia, che chiunque di voi abbia voglia di leggere trova sul sito del Congresso) è risultata non ammissibile. Eppure, non si trattava di una proposta giacobina. Tutt’altro. Essa, infatti, si limitava a conferire “ampio mandato” al Cnf affinché venisse costituito un tavolo di confronto sull’adeguamento delle norme deontologiche in materia di pubblicità informativa.
Era una proposta figlia dei tempi. Consapevole dell’esistenza di un tema e della sua urgenza.

Invece niente. Il tavolo, se mai ci sarà, dovrà essere istituito altrove. In altre stanze e in altri luoghi. Con l’effetto immediato di lasciare in questa condizione di incertezza tutti quegli avvocati che sanno che la comunicazione è una delle leve di mercato più rilevanti per i professionisti di oggi.
Peraltro, dopo le mille polemiche dei mesi scorsi, i “confronti” pieni di messaggi erronei e la grande confusione ingenerata da articolesse dall’afflato inquisitorio che tutti abbiamo avuto il dispiacere di leggere su diversi organi di stampa (senza contare le chiacchiere da Bar-Social) restando basiti dinanzi a tanta superficialità, la decisione di derubricare il tema dall’agenda dei lavori congressuali lascia spazio solo a una domanda: perché?

Ovviamente non ho la risposta. O quantomeno, non ho una risposta che possa essere considerata ufficiale e veritiera. Quindi sulle motivazioni non mi pronuncio. Posso però senz’altro dire che si tratta di un’occasione sprecata.

Di sicuro parliamo di un tema profondamente divisivo; elettoralmente a doppio taglio; difficilmente risolvibile con l’adozione di una soluzione di compromesso che potrebbe facilmente diventare la famosa toppa peggiore del buco.
Il punto di partenza di una discussione dovrebbe essere questo: la comunicazione serve o no? Da queste parti pensiamo di sì. La comunicazione serve. Da un lato, serve ai professionisti per accrescere la propria conoscenza del contesto competitivo in cui si muovono, andando oltre i tristi rituali del pettegolezzo e dei bisbigli di corridoio. E dall’altro, essa è utile ai clienti, a chi degli avvocati ha bisogno e vuole avere un approccio consapevole e non fideistico all’assistenza legale, esercitando il sacrosanto diritto alla scelta.

Cosa resta di tutto ciò? Poco. Anzi, solo un auspicio. Sulla comunicazione si possono fare davvero tanti discorsi. Ma molti dei problemi che questa attività genera alla classe forense potrebbero essere risolti con un’iniziativa molto semplice: disinnescare il corto circuito che oggi viene prodotto dal richiamo alla trasparenza della legge 247 quando si scontra con il dovere alla segretezza dell’art 35 del codice deontologico; e poi eliminare il divieto di parlare dei mandati ricevuti anche nel caso in cui gli assistiti non abbiano nulla in contrario. Ecco, queste due semplici azioni, una in nome di un principio di coerenza, l’altra in virtù di una scelta di buon senso, renderebbero sicuramente meno aspro il terreno su cui cercano di muoversi gli avvocati che provano a fare buona comunicazione e quelli che fino a oggi vi hanno rinunciato senza sapere davvero perché.

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