Avvocati, a chi conviene un mercato senza comunicazione?

di nicola di molfetta

Scena finale. Musica. Titoli di coda. Cala il sipario su questo 2021. E come nella migliore (o peggiore?) delle tradizioni il mercato dei servizi legali si è regalato la sua polemicona di fine anno. Di qualcosa si deve pur (s)parlare.

E allora, in alto gli indici: puntate, mirate, fuoco! Sul patibolo, sempre lei, la comunicazione. Che scandalo gli avvocati in bella vista. Ma perché? Ma per chi? È ora di dire basta. Silenziate tutto: social, giornali, eventi, tivù. Gli avvocati da una parte. La comunicazione dall’altra. Chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato. Scurdammoce ‘o passato? No, ricordiamocelo. Perché qui non amiamo le polemiche. Ma il ragionamento, sì.

Prima della nouvelle vague della narrazione legale il settore era fuori dal mercato. L’unico fattore di concorrenza derivava dal suo sovraffollamento. Una piaga che, come ben sappiamo, già cento anni fa, nel 1921, Piero Calamandrei volle stigmatizzare. Una deriva che l’avvocatura non è mai stata capace di arginare. O meglio, una questione che la categoria ha spesso affrontato nel modo sbagliato: provando a erigere muri, a restringere spazi a escludere gli esuberi che spesso, altri non erano che nuovi, giovani, colleghi. 

La comunicazione legale, negli ultimi vent’anni, ha trasformato la casta forense in una nuova classe professionale. E, come tutti sappiamo, non si tratta di poca cosa. 

La casta era abituata a guardare solo a se stessa. Indugiando nello specchio della tradizione, confortata da privilegi e riserve protezionistiche (ah, i bei tempi dei minimi tariffari!).

La classe professionale, invece, guarda al mercato. E al posto di quel vecchio specchio ha messo una finestra che, da un lato, le serve per osservare il mondo che le gira attorno e provare a capire come fare a essergli utile e, dall’altro, le serve per farsi vedere, conoscere e trovare da chi potrà aver bisogno del suo talento.

Gli effetti? Sarei tentato di dire che li conosciamo. Ma visti i tempi che corrono e le assurdità che si sentono, una ripetizione può giovare. 

Pensiamo al piccolo recinto dorato di quella che chiamiamo avvocatura d’affari. Gli spazi che la narrazione del settore ha aperto si sono rivelati praterie che, nel corso degli anni, hanno creato opportunità per tantissimi professionisti. La crescita esponenziale del settore parla da sola. Quindici anni fa, nei primi 100 studi legali attivi in Italia (in termini di fatturato) lavoravano circa cinquemila persone. Oggi, solo nei primi 50, operano più di 10mila professionisti. Senza contare chi svolge lavoro di supporto e funzioni manageriali.

L’evoluzione formale, tecnica e organizzativa che ha caratterizzato l’offerta di servizi legali nel corso di questi ultimi anni è stata certamente possibile grazie allo spirito d’iniziativa e alla lungimiranza di tanti avvocati. Ma non c’è dubbio che tale leadership di pensiero e di visione si sia nutrita attingendo alla conoscenza e all’analisi delle migliori pratiche che l’informazione legale è riuscita a rappresentare con autorevolezza e indipendenza. 

La comunicazione legale è stata la luce che ha permesso la fotosintesi di un mercato che prima si accontentava di rappresentare l’avvocatura semplicemente con una fotografia in bianco e nero: sempre uguale a se stessa. Impolverata. Troppa.

L’avvento della comunicazione legale ha squarciato il velo del tempio e ha rivelato il prisma in cui, invece, si sostanzia la professione, ormai da tempo. 

La possibilità di raccontare, di volta in volta, di quali avvocati si sta parlando ha cominciato a rendere i 246mila legali di oggi un po’ meno troppi dei 25mila avvocati del 1921.

La comunicazione ha dimostrato che per stare sul mercato non basta superare un esame, che la conoscenza è un’opportunità e che la trasparenza è un dovere. Ed è qui che troviamo la risposta alle polemiche che abbiamo evocato all’inizio. La comunicazione serve agli avvocati perché interessa ai clienti che vogliono un’avvocatura sostenibile, moderna, responsabile e capace di creare valore.

La comunicazione si è affermata come leva di competitività imprescindibile perché necessaria a caratterizzare e qualificare l’offerta di servizi a beneficio della clientela. Svolge una funzione distintiva che si nutre dei valori, della cultura e delle competenze di cui un professionista e lo studio legale sono portatori. 

La comunicazione degli avvocati risponde all’interesse di chi compra servizi legali, di chi ha bisogno di un’assistenza competente, organizzata e “adatta” alla soluzione di un problema che richiede preparazione specifica ed esperienza pregressa. 

Perché non tutti gli avvocati sono uguali. E il cittadino o l’impresa che ha bisogno di assistenza legale deve avere a disposizione elementi utili per conoscere il mercato e selezionare consapevolmente un legale di fiducia. 

L’interesse di chi comunica (ossia degli avvocati) viene di conseguenza. Parlare senza dire, non serve a nessuno. Comunicare senza informare significa tornare all’autoreferenzialità del passato. 

Ricordiamoci il passato. Tornare indietro? …Ma per chi? Ma perché?

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Avvocati, a chi conviene un mercato senza comunicazione?

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