A chi appartiene il futuro della tecnologia legale?
di flavio caci
Il rapporto tra la professione legale e l’intelligenza artificiale sembra essere entrato in una nuova fase. Se, solo un anno fa, i fornitori di legal tech si trovavano spesso a dover spiegare con fatica perché l’IA meritasse uno spazio nella pratica legale, oggi la conversazione punta su una domanda diversa: in che modo la professione può massimizzarne i benefici. Questo cambiamento è emerso, netto, durante la decima edizione della Legalcommunity Week, dove le legal tech si sono sedute a fianco di studi legali, general counsel e leader del settore, in discussioni sempre più concentrate non sul se l’IA debba essere adottata o meno, ma su come integrarla in modo responsabile nella professione legale. Tra i rappresentanti del settore legal tech presenti alla conferenza, Attilio Abeille, Gtm manager di Legora. Guardando allo scorso anno, ha ricordato quanto rapidamente si siano evolute le percezioni. «Le nostre proposte venivano spesso accolte con scetticismo, o nella migliore delle ipotesi con curiosità». Oggi, invece, sostiene che ci sia «una consapevolezza diffusa che l’IA possa essere applicata al mondo legale». La Legalcommunity Week è stata un momento chiave per comprendere come si stiano evolvendo questi rapporti. Tra i dibattiti sul palco e le conversazioni a margine, sono emersi ripetutamente tre temi: la formazione, come le aziende di legal tech cercano di dotare gli avvocati delle competenze necessarie per usare efficacemente l’IA; il futuro ruolo dei giovani professionisti in una professione spinta dall’IA; e la responsabilità, con sviluppatori e professionisti legali che cercano di definire dove risieda, in concreto, la vera accountability.
PRIMA DI TUTTO, LA FORMAZIONE
Per molti fornitori di servizi legal tech, formare sull’utilizzo dei propri strumenti è diventato strategicamente importante, almeno quanto il dettaglio della tecnologia stessa. Fin dalle prime fasi di sviluppo, Lexroom ha coinvolto direttamente gli studi legali nella creazione dei propri prodotti. Martina Domenicali, co-fondatrice e chief revenue officer della legaltech italiana, ha spiegato che la collaborazione con studi di primo piano è stata determinante per costruire sia la tecnologia sia la fiducia necessaria alla sua adozione. «Per noi, era molto importante coinvolgere studi legali leader specializzati in specifiche aree di pratica», ha commentato a margine del panel “The legal profession in the age of Intelligent Systems”. Convincere questi studi a impegnarsi con un’azienda giovane in una fase così precoce è stato possibile proprio perché sono stati invitati a partecipare al processo stesso. «Erano entusiasti dell’IA, ma incerti sull’accuratezza», continua Domenicali. «È diventata la nostra leva. Abbiamo proposto di costruire insieme il database, permettendo loro di mantenere il controllo su un ambiente chiuso, posizionandosi al contempo sul primo livello di applicazione di questa tecnologia». Tra i partner dell’azienda figurano Gatti Pavesi Bianchi Ludovici per il diritto commerciale e Trevisan & Cuonzo per le questioni di proprietà intellettuale. La componente formativa resta centrale ben oltre l’implementazione. «Il processo di acquisizione è molto rapido, in media circa sette giorni», spiega Domenicali. «Ma l’adozione richiede più tempo. Gli avvocati devono imparare a formulare correttamente i prompt, a individuare nuovi casi d’uso e a estrarre valore dalla tecnologia».
LA PROSSIMA GENERAZIONE DI AVVOCATI
Il dibattito si estende naturalmente oltre la tecnologia in sé, coinvolgendo i professionisti che sono chiamati a utilizzarla. Nel corso della conferenza è emersa ripetutamente una domanda: se i giovani professionisti sono spesso i più abituati all’utilizzo degli strumenti di IA, cosa succede quando alcuni dei compiti tradizionali attraverso cui acquisiscono esperienza, diventano sempre più automatizzati? L’impatto dell’IA sui giovani talenti resta uno dei temi più dibattuti della professione. Durante un panel sulla meritocrazia nella professione legale, Umberto Baldi, chief legal officer e general counsel di Snam, ha respinto l’idea che l’intelligenza artificiale porti inevitabilmente a un impoverimento delle competenze. «Non credo nel deskilling», ha puntualizzato, difendendo la continua importanza dei giovani avvocati nonostante la crescente automazione. Abeille condivide una visione simile, e ritiene che il dibattito dovrebbe concentrarsi meno sulle competenze che scompaiono e più su quelle che si evolvono. Per il Gtm manager di Legora, «semplicemente le competenze si evolveranno. Le generazioni più giovani possono diventare promotrici di questo nuovo set di competenze e costruire le proprie carriere attorno a queste capacità». Nuove competenze, quelle tecnologiche, che potrebbero accelerare la crescita professionale dei giovani all’interno di studi legali e uffici legali aziendali, in termini di carriera. «Nel mondo di oggi,» continua Abeille, «non mi sorprenderebbe se un giovane associato particolarmente abile con la tecnologia potesse bruciare diversi livelli e diventare direttore molto prima di quanto sarebbe stato tradizionalmente possibile». L’emergere di nuove figure professionali mostra ulteriormente questo cambiamento. Legora, ad esempio, impiega “legal engineers” – spesso ex avvocati – che aiutano i clienti a implementare e integrare la tecnologia nel loro lavoro quotidiano. Giulio Uras, counsel di Advant e speaker nell’ambito del panel su IA e protezione dei dati, è un’altra voce a favore di un maggiore coinvolgimento delle giovani generazioni di avvocati con l’IA, promuovendo quello che definisce un approccio “AI by default”. «I professionisti legali si confrontano con l’IA non perché essa abbia sempre ragione, ma perché li costringe a verificare se sono loro stessi ad avere ragione o meno», ha commentato. «Il giovane avvocato dovrebbe sviluppare la capacità di dubitare». Per questo motivo, Uras ritiene che gli studi legali meglio posizionati per avere successo nel confronto, inevitabile, con il legal tech, non saranno necessariamente quelli con le policy più sofisticate, ma quelli capaci di sviluppare una cultura di impegno critico verso la tecnologia, perché «la cultura è il primo e più importante livello di governance».
RESPONSABILITÀ COME IMPEGNO CONDIVISO
Se la formazione e il pensiero critico sono essenziali per l’adozione dell’IA, la responsabilità ne rimane il contrappeso fondamentale. Nel corso dei dibattiti alla Legalcommunity Week, i partecipanti sono tornati ripetutamente sulla questione dell’accountability: dove risiede la responsabilità, quando la tecnologia diventa parte integrante del processo decisionale legale? Per Valentino Notarangelo, privacy, AI and data compliance manager di TeamSystem, software house che ha acquisito la legaltech Normo AI nel 2025, la responsabilità comincia dalla capacità di rispondere. Notarangelo paragona l’attuale dibattito sull’IA a quello circostante l’introduzione del Gdpr nel 2018. All’epoca, ricorda, le organizzazioni erano principalmente preoccupate di comprendere il nuovo quadro normativo. Oggi, i clienti si rivolgono ai fornitori con domande sempre più sofisticate su governance dell’IA, gestione del rischio e compliance. Non tutti concordano sul fatto che questo rifletta una comprensione più profonda della tecnologia stessa. Giovanni Lombardi, presidente di LAISA, azienda di legal tech specializzata nella gestione delle non performing exposures, sostiene che le aspettative siano cresciute più rapidamente della conoscenza. «C’è molto entusiasmo nel mondo legale; molti cercano un pulsante magico capace di produrre risposte istantanee, trasformare i modelli di fatturazione, ridurre i costi di produzione e aumentare drasticamente i margini. Ma questo rappresenta un aumento delle aspettative, non necessariamente della conoscenza». Nella sua esperienza, le organizzazioni continuano a richiedere professionisti capaci di combinare competenza tecnica e più ampia consapevolezza etica, in particolare nelle attività che operano direttamente con i consumatori. In definitiva, la responsabilità continua a ricadere sulle persone piuttosto che sulle macchine. Durante un panel a tema generative AI e data protection Giovanni Roberto, fondatore di Normo AI, ha utilizzato la metafora del cavallo e del fantino per descrivere questo rapporto. L’IA può fornire velocità e potenza, ma è l’essere umano a stringere le redini. Lo stesso principio è stato ripreso da Massimiliano Masnada, partner di Hogan Lovells. «La responsabilità appartiene sempre alla persona», ha concluso. «Ci sono stati tentativi di discutere ed introdurre forme di “personalità tecnologica”, per fortuna senza successo».
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