La mossa di Kirkland alza l’asticella nella corsa all’IA legale. Video Editoriale – Legalcommunity n. 341

Kirkland & Ellis ha deciso di investire fino a 500 milioni di dollari per costruire una propria piattaforma di intelligenza artificiale basata sulla “collective intelligence” dello studio. La notizia, lanciata dal Financial Times la scorsa settimana, ha fatto tremare il mercato dei servizi legali d’affari.
La cifra, da sola, dice molto più di qualsiasi dichiarazione strategica. Perché (non finiremo mai di ripetere) non siamo più nella fase in cui gli studi legali si chiedono se adottare l’intelligenza artificiale. Siamo nella fase in cui si stanno chiedendo come possederla.

Negli ultimi due anni il mercato si è mosso in tre direzioni: partnership con player come Harvey o Legora, sviluppo di piattaforme interne, oppure modelli ibridi. Clifford Chance, A&O Shearman, White & Case: tutti stanno costruendo ecosistemi proprietari. Kirkland però fa un passo ulteriore. Non integra una tecnologia: la finanzia come asset industriale. La law firm farà con l’IA quello che, fino a oggi, gli altri player fanno con i nuovi soci, le nuove sedi, le alleanze strategiche.

Il punto, quindi, non è solo tecnologico.

Ma la domanda vera è un’altra: tutte le intelligenze artificiali sono uguali? In realtà no. Perché un conto è usare un modello generalista. Un altro è costruirne uno addestrato su anni di contratti, strategie, negoziazioni, errori e soluzioni che sono patrimonio di uno studio specifico. È qui che nasce il vantaggio competitivo: non nell’accesso alla tecnologia (ormai alla portata di tutti), ma nei dati e nei flussi di lavoro che l’alimentano.

Se questa tendenza si consoliderà, gli studi legali non saranno più solo utilizzatori di AI. Diventeranno produttori di AI legale proprietaria. E questo cambierà non solo il modo di lavorare, ma rivoluzionerà quello di competere e (forse) di definire cosa sia un grande studio legale.

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