Avvocati praticanti: in quanti si sono rivisti nella storia della povera Luisa? Video Editoriale – Legalcommunity n. 340

La storia di Luisa (la protagonista della rubrica Diverso sarà lei nel nuovo numero di MAG) è inventata. Ma quasi tutti, nell’avvocatura, ne riconoscono immediatamente i dettagli, quelli che descrivono una storia di formazione e subordinazione.

Per anni la gavetta è stata raccontata come un rito inevitabile. Un passaggio necessario per imparare il mestiere. Fare l’avvocato non si impara solo sui libri, ma osservando, scrivendo atti, entrando nelle dinamiche reali dei clienti. Il problema nasce quando la formazione smette di produrre competenze e comincia a produrre sfruttamento.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando. E l’intelligenza artificiale rende questa trasformazione ancora più evidente.

Per decenni ai praticanti è stato chiesto di fare il “lavoro basso”: ricerche infinite, comparazione di sentenze, controllo documenti, bozze ripetitive. Era il prezzo da pagare per entrare nella professione. Ma se oggi molte di queste attività possono essere svolte in pochi minuti da strumenti di IA, allora la domanda diventa inevitabile: che cosa dovrebbe imparare davvero un giovane avvocato?

La risposta non può essere “portare a spasso il cane del dominus”. Né limitarsi a fare da filtro umano a processi automatizzati.

La nuova gavetta, per come ci piace immaginarla, dovrebbe insegnare ciò che la tecnologia non sa fare: il giudizio, la strategia, la relazione col cliente, la gestione del conflitto, la responsabilità delle decisioni. Tutto il resto rischia di diventare l’inutile ripetizione dei rituali di una tradizione che ormai è superata.

L’avvocatura oggi non è “semplicemente” chiamata a capire come formare professionisti migliori, ma si deve occupare di formare professionisti nuovi. 

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