Riforma e capitale: l’Italia rischia di perdere il treno della nuova legal economy

di nicola di molfetta

La revisione della legge professionale forense, in vigore dal 2012, potrebbe incidere in modo significativo sul futuro della professione legale in Italia. Il testo in discussione in Parlamento (C. 2629) nasce, fra le altre cose, con l’obiettivo dichiarato di modernizzare l’avvocatura e di favorire l’esercizio della professione in forme aggregate, riconoscendo alle società tra avvocati (STA) un ruolo centrale nel rafforzamento della competitività, dell’efficienza organizzativa e della sostenibilità economica degli studi.

Nelle relazioni preparatorie si sottolinea esplicitamente l’inadeguatezza del modello tradizionale basato sullo studio individuale e la necessità di superare gli ostacoli normativi e fiscali che limitano lo sviluppo di strutture più evolute. Il messaggio è chiaro: senza organizzazione, scala e investimenti, l’avvocatura italiana rischia di perdere terreno in un mercato sempre più internazionale, tecnologico e competitivo.

Eppure, proprio mentre si riconosce la centralità delle forme aggregate, la riforma rischia di produrre l’effetto opposto, quantomeno per le strutture societarie.

Le STA crescono, ma a porte chiuse al capitale

La proposta del nuovo impianto normativo conferma che i professionisti devono detenere almeno i due terzi del capitale e dei diritti di voto. Rispetto al testo vigente, invece, introduce delle novità riguardo l’accesso agli utili e la possibilità per la STA di prestare assistenza al socio non professionista.

Sul primo punto, il disegno di legge delega al governo aggiunge, rispetto al dettato della legge attualmente in vigore, che «nelle società tra avvocati i titolari di una partecipazione sociale corrispondente almeno a due terzi non solo del capitale sociale e dei diritti di voto, ma anche del diritto di partecipazione agli utili, debbano essere avvocati iscritti nell’albo, ovvero avvocati iscritti nell’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni». Sul secondo, invece, introduce un divieto che fino a oggi non è previsto, vale a dire «che la società tra avvocati non possa prestare attività a favore del socio non professionista o di soggetti da esso controllati o collegati o sottoposti a comune controllo».

Se la riforma dovesse essere approvata (ma l’iter è ancora lungo) nel testo attuale, queste due norme ridurrebbero drasticamente l’attrattività delle STA per eventuali soci finanziari o industriali. Il risultato sarebbe paradossale: mentre il legislatore invita gli avvocati a organizzarsi in strutture societarie più evolute, impedisce a quelle stesse strutture di accedere al capitale che potrebbe sostenerne lo sviluppo. I soci non professionisti, infatti, possono essere divisi in due macro-tipologie. La prima, quella dei fondi d’investimento, punta a ottenere un ritorno finanziario dall’acquisizione di una quota della STA di turno oltreché a sostenerne la crescita per creare le condizioni migliori in vista del futuro processo di exit. La seconda, quella dei soggetti “industriali” (l’unica che finora abbiamo visto intervenire effettivamente in progetti di questo tipo), punta a partecipare un veicolo che possa gestire un’attività di proprio interesse e che quindi possa lavorare per sé oltre che per eventuali clienti esterni. Non è un caso che molte delle STA partecipate da soci non avvocati, in questi anni, siano state sostenute da banche, compagnie di assicurazione e altre istituzioni finanziarie, per lavorare anzitutto sul fronte del recupero crediti (si veda il numero 232 di MAG).

Pur essendo ancora una nicchia nel panorama forense nazionale, il fenomeno STA appare comunque in crescita. Nel 2025, secondo i dati che MAG ha raccolto con il supporto degli Uffici studi Cciaa di Milano Monza Brianza Lodi, le imprese attive nelle “Attività legali e giuridiche” sono 848, in aumento dell’11,3% rispetto al 2024 e del 120,8% rispetto al 2020. Le società di capitale rappresentano l’81,5% del totale. Le società tra professionisti, invece, sono 56, in lieve calo rispetto al 2024 e in riduzione del 18,8% rispetto al 2020.

Geograficamente, i dati degli Uffici studi Cciaa di Milano Monza Brianza Lodi confermano Lombardia e Lazio come le prime regioni per numero di STA presenti rispettivamente con 223 e 170. Se invece andiamo a guardare i dati riportati nei registri online dei COA territoriali, osserviamo che sette COA radunano quasi il 50% del totale delle STA attive in Italia: Milano, Roma, Bari, Palermo. Firenze, Bologna e Verona, nel complesso, ospitano 400 società tra avvocati. 

Un segnale chiaro: il mercato si sta strutturando, le STA ci sono ma, già adesso, faticano a diventare il vero motore della trasformazione. Una riforma che dovesse zavorrarne ulteriormente il percorso, quindi, rischierebbe di affossarle, almeno sul fronte della capacità di attirare capitali esterni a quelli della “comunità professionale”.

Il confronto interno: commercialisti e consulenti avanti

Nel frattempo, comunque, il capitale si muove dove può. In questo inizio d’anno, due operazioni si sono guadagnate gli onori delle cronache finanziarie nazionali. Si tratta delle iniziative di Augens-Keyhaven su Srg Associati e di Quantico su Spada Partners. Entrambe dimostrano che la consulenza fiscale, contabile e del lavoro è già entrata nel radar dei fondi che, tra l’altro, possono investire nelle STP dove, al momento, non sussiste alcun limite riguardo l’accesso agli utili.

Il mercato dei commercialisti conta circa 120mila professionisti, vale circa 17 miliardi di euro e soffre di un forte problema di ricambio generazionale. Quello dei consulenti del lavoro supera i 26mila professionisti. In entrambi i casi la frammentazione è estrema e il potenziale di consolidamento enorme.

Le STA, invece, rischiano di restare intrappolate in una terra di mezzo: chiamate a modernizzarsi, ma private degli strumenti finanziari per farlo. Con il risultato di subire la concorrenza interna dei grandi poli fiscali e della consulenza, oltreché, soprattutto, quella esterna delle piattaforme straniere.

All’estero il capitale è già dentro

Intanto, dall’estero arriva un messaggio chiaro: il mercato globale del legal business si sta finanziarizzando. In Spagna, ECIJA è diventato il primo studio legale a integrare il private equity con l’ingresso di Alia Capital Partners. Il fondo ha acquisito una quota di minoranza, lasciando la governance in mano ai soci professionisti, ma portando risorse per tecnologia, acquisizioni e crescita internazionale. L’obiettivo è raggiungere 150 milioni di euro di fatturato entro il 2028. Oggi ECIJA conta oltre 1.000 professionisti, più di 200 partner e ricavi 2024 superiori ai 100 milioni di euro, con un terzo proveniente dall’America Latina. Sempre in Spagna, dove la legge non pone particolari limiti agli investimenti di soggetti finanziari in studi legali o società di consulenza professionale, Waterland Capital ha acquisito una quota di minoranza in Auren. La belga Waterland Capital ha ottenuto due posti nel Consiglio di amministrazione della società multidisciplinare da 1.000 dipendenti, specializzata in M&A legale e finanziario e in servizi legali in-house. Entro tre anni, l’ottava società spagnola di servizi professionali per dimensioni punta a raddoppiare organico e fatturato — da 96 milioni a 200 milioni di euro — espandendosi a livello internazionale e investendo in tecnologia e nel proprio brand.

Nel Regno Unito, Inflexion ha investito in DWF Group, mentre Investcorp ha investito in Stowe Family Law. Lawfront, sostenuta da Blixt, continua una strategia buy-and-build con acquisizioni seriali di studi regionali.

In Svezia, Axcel supporta AGRD Partners, piattaforma che riunisce sei studi indipendenti sotto una struttura comune. In Polonia, Ufenau Capital ha lanciato KWKR come polo legale e fiscale con ambizioni di consolidamento nell’Europa centrale e orientale.

Negli Stati Uniti, McDermott Will & Schulte sta valutando la creazione di una struttura di Management Services Organization (MSO) per separare la pratica legale dalle funzioni aziendali, aprendo così la porta al capitale esterno e dando il via a un passaggio che potrebbe avere conseguenze epocali su un mercato in piena evoluzione.

Sul piano regolamentare, infine, la Corte di Giustizia Europea potrebbe presto smantellare il divieto tedesco alla proprietà di terzi negli studi legali, dopo il parere favorevole dell’Avvocato Generale. Anche qui, con effetti a cascata sul resto del continente.

Il rischio per l’Italia

In questo scenario, le piattaforme italiane rischiano un doppio svantaggio. Da un lato,…

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nicola.dimolfetta@lcpublishinggroup.it

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