L’autogol dell’avvocatura: fermare il capitale per perdere il futuro
Se la riforma della legge professionale forense dovesse essere approvata nell’attuale formulazione, l’avvocatura italiana rischierebbe di compiere un errore che non sarebbe solo tecnico, ma storico. Un autogol consapevole.
Il paradosso è evidente: da un lato si riconosce che il modello dello studio individuale è superato e che la professione deve evolvere verso strutture organizzate, scalabili, capaci di competere in un mercato globale; dall’altro, si bloccano proprio quelle leve finanziarie che rendono possibile tale trasformazione. Limitare l’accesso agli utili e impedire alle STA di lavorare per i soci non professionisti significa rendere le società tra avvocati poco attraenti per qualunque tipologia d’investitore, sia finanziario sia industriale. È come invitare qualcuno a correre una maratona togliendogli le scarpe e bendandogli gli occhi.
Vent’anni fa l’avvocatura d’affari italiana ha dovuto colmare un divario che non aveva scelto: quello rispetto al modello anglosassone fondato su specializzazione, organizzazione, internazionalizzazione e istituzionalizzazione. Era un ritardo storico, figlio di contesti normativi e culturali diversi. In quel caso, la categoria ha avuto il merito di reagire, di rimboccarsi le maniche, e di costruire in pochi anni un livello di competitività prima impensabile.
Oggi la situazione è radicalmente diversa. Nessuno può fingere di non vedere in quale direzione si muove il mercato. Nessuno può ignorare che la finanziarizzazione del legal business sarà una delle leve competitive più dirompenti del prossimo futuro. Bloccarla non è una difesa dell’indipendenza professionale: è una rinuncia preventiva alla competizione.
All’estero il capitale è già dentro, e non ha distrutto l’autonomia di quegli studi che hanno scelto di fare il “grande passo”. L’ha potenziata, fornendo risorse per tecnologia, acquisizioni, branding, internazionalizzazione. In Italia, invece, si rischia di condannare le STA a una modernità solo formale, priva della massa critica necessaria per incidere davvero sul mercato. Il risultato sarà duplice: perdita di investimenti e fuga dei progetti imprenditoriali più ambiziosi verso giurisdizioni più aperte.
Certo, si dirà che, come si è recuperato il gap organizzativo e culturale negli ultimi vent’anni, si potrà recuperare anche quello finanziario nel prossimo futuro. Ma questa è una teoria tutta da dimostrare. Nel frattempo, il mercato non aspetta.
La vera responsabilità, oggi, è politica e culturale prima ancora che normativa. L’avvocatura d’affari non può sostenere una riforma che, nel nome di una tutela astratta, produce un indebolimento concreto. Perché sbagliare significherebbe scegliere consapevolmente di restare indietro. Intendiamoci, la finanziarizzazione non è un dogma. E proprio per questo, governarla è possibile. La riforma forense può decidere se accompagnare l’avvocatura italiana nel futuro o relegarla ai margini del mercato europeo. L’autogol, questa volta. Sarebbe una scelta. E, come tale, difficilmente perdonabile.
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