Quando il successo scatena tensioni: la convivenza difficile negli studi legali d’élite
Negli studi legali di successo, l’eccellenza tecnica non garantisce armonia. Avvocati di fama, abili sia in aula sia sui tavoli delle grandi transazioni, faticano spesso a convivere tra loro. Non è un difetto individuale, ma un fenomeno strutturale della professione. Gli annali del settore sono pieni di aneddoti che tutti ricordiamo.
Le personalità che l’avvocatura seleziona sono forti, competitive, orientate al confronto e al risultato. Qualità essenziali quando si negozia una fusione da centinaia di milioni o si difende un cliente in un contenzioso complesso. Ma quando più professionisti con queste caratteristiche condividono uffici, clienti e visibilità, quelle qualità si trasformano in un rischio di attrito endogeno.
Il successo (può sembrare paradossale) amplifica il problema. Più fatturato, più prestigio, più opportunità: più pressione sugli ego. Nei grandi studi d’affari, i colleghi diventano spesso competitor interni. Il cliente non è solo un incarico: è una fonte di reputazione. La collaborazione rischia di trasformarsi in una continua negoziazione di territori e meriti.
A peggiorare le cose, molti studi presentano gerarchie poco chiare e sistemi di riconoscimento opachi. La comunicazione professionale, impostata sul risultato, amplifica i conflitti. Non si tratta solo di divergenze di opinione: sono battaglie sottili, che si giocano in riunioni, e-mail, persino nel tono di voce. Lo stress costante, comune nel mondo legale d’élite, rende gli ambienti più fragili e meno empatici.
Ma c’è una buona notizia: la “pax legale” è possibile. Non nasce dall’indulgenza o dal buonismo, ma da regole chiare e leadership consapevole. Gli studi più stabili e solidi definiscono regole di ingaggio precise: chi decide cosa, come si distribuiscono i meriti (oltreché i guadagni), come si affrontano gli errori. I conflitti non vengono eliminati: vengono organizzati e incanalati, trasformandosi in confronto costruttivo anziché in veleno. Un conflitto gestito correttamente diventa leva di innovazione, efficienza e crescita.
La leadership, in questo contesto, non è solo capacità tecnica, ma capacità emotiva: ascoltare, mediare, riconoscere i meriti senza alimentare rivalità. Esercitarla non può essere un compito da affidare solo a chi fattura di più, perché in quel caso si continuano ad alimentare le deviazioni che abbiamo cercato di evocare.
Il paradosso degli studi legali di élite è evidente: investono enormemente in competenze tecniche, ma molto meno nella struttura delle relazioni interne. Eppure, nel lungo periodo, proprio la qualità dei rapporti determina la tenuta dello studio, la sua capacità di attrarre clienti e talenti, e la sostenibilità del successo.
Forse è tempo di comprendere che la vera eccellenza legale (in un mercato popolato da studi con dimensioni da media impresa) non si misura solo nelle cause vinte o nelle grandi operazioni chiuse, ma (anche) nella capacità di costruire convivenze efficaci, anche tra personalità eccellenti e ambiziose. Uno studio legale, alla fine, è un sistema complesso di relazioni che va governato con la stessa cura con cui si cura un portafoglio clienti multimilionario.
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