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Newsletter 160 del 03/04/2018

Avvocati dipendenti, una battaglia possibile


di nicola di molfetta

Lo scorso 22 marzo, il presidente dell’associazione forense MGA, Cosimo D. Matteucci, ha presentato una denuncia al ministero e all’Ispettorato nazionale del Lavoro contro lo sfruttamento degli avvocati negli studi legali.
La denuncia fa riferimento al diffuso malcostume che vedrebbe molti professionisti utilizzare il lavoro di colleghi meno “forti” sul mercato divenendo, di fatto, i loro principali se non unici clienti e corrispondendo loro paghe minime (poche centinaia di euro) e in alcuni casi “a nero”.
Del tema ci siamo già occupati in altre occasioni. Ma questa iniziativa di MGA lo impone nuovamente alla nostra attenzione. 
Tra gli avvocati, in molti si dicono scettici sull’effetto che questo gesto potrà avere nella pratica. 
Ma l’importanza di questa azione appare soprattutto politica.

L’avvocatura contemporanea ha tante facce. In questo numero di MAG raccontiamo alcune storie (si pensi alla copertina dedicata a Linklaters o all’intervista a Bruno Gattai) da cui emerge chiaramente che il capitale umano sarà tra i principali fattori della competitività degli studi legali d’affari nel prossimo futuro. E questo nonostante l’arrivo dell’intelligenza artificiale e di tutte le soluzioni tecnologiche che, apparentemente, potrebbero implicare un calo drastico del fabbisogno di forza lavoro in queste strutture.
«Siamo convinti che, a tendere, avere le persone migliori sarà ciò che renderà uno studio vincente rispetto agli altri», dice Gattai. «Il futuro del settore si giocherà sul tema dell’agile working», gli fa eco Andrea Arosio, managing partner italiano della law firm del magic circle.

Quindi da una parte abbiamo una fetta (minoritaria) del mercato dei servizi legali che oggi è impegnata nel tutelare al massimo la figura dei collaboratori. E dall’altra c’è il mondo contro cui puntano il dito alcune associazioni forensi.
Cosa separa questi universi e questi modi di vivere la professione?


Qualcuno direbbe la geografia. Ma non sarebbe del tutto corretto. Milano e in parte anche Roma sono la casa base di molte di queste strutture virtuose. Vero. Ma il territorio nazionale sta vedendo nascere molte realtà locali che si impegnano a realizzare progetti professionali moderni, in cui l’approccio a questo lavoro segue logiche imprenditoriali e quindi tutela e valorizza anche i legali “monomandatari”.
Ciò che divide questi mondi, quindi, è la visione della professione che hanno gli avvocati stessi. Progressista o passatista. La prima accetta l’idea che l’attività legale oggi non possa che essere organizzata e necessariamente richieda l’impegno di un collettivo professionale che per la sua essenzialità va tutelato economicamente e non solo. La seconda langue in un modello individualistico, che considera l’universo forense un ambiente disseminato di avvocati tutti indistintamente in concorrenza gli uni con gli altri.

Quello che in passato abbiamo scritto a proposito dei praticanti ci sentiamo di ripeterlo e ribadirlo con maggiore forza anche per i collaboratori. La professione dovrebbe occuparsene. E quando diciamo la professione intendiamo i suoi organi istituzionali. Tollerare che ci siano avvocati che possono prendere collaboratori senza alcun tipo di dovere di correttezza nei loro confronti è francamente inaccettabile.

Siamo arrivati agli studi spa ma non abbiamo ancora avuto la capacità (o la volontà?) di gestire di petto un fenomeno che inesorabilmente acquisirà dimensioni sempre più rilevanti. E il motivo di questa ineluttabilità è presto spiegato: in Italia ci sono troppi avvocati. Troppi per un mercato dalle dimensioni contenute. Troppi per un Paese in cui si pensa allo studio legale solo quando c’è da litigare con qualcuno. Troppi per un contesto in cui gli stessi professionisti sono restii a seguire la domanda e a intuire quali settori potrebbero produrre lavoro e mandati per i loro uffici.
In questo scenario è evidente che un numero sempre crescente di giuristi avrà bisogno di lavorare per altri colleghi. E proprio per questo avrà bisogno di essere tutelato in questi rapporti.

La strada giusta è quella delle ispezioni a tappeto auspicata da MGA? Difficile da dire. 
A nostro parere, però, servirebbe piuttosto una battaglia culturale e di informazione. Una battaglia positiva. Dedicata a rendere noti modelli organizzativi e best practice di riferimento che possano essere presi ad esempio o ispirare gli “imprenditori” forensi. Una battaglia che deve cominciare dalla formazione e nelle Università. Ma che deve trovare una sponda anche nella categoria. Perché questo sforzo resterà inutile se allo stesso tempo le istituzioni forensi non decideranno di affrontare la situazione. Ponendo fine ai casi patologici. E dotandosi di regolamenti (perché non è sempre necessaria una legge) che obblighino chiunque ritenga di avere bisogno di collaboratori nel suo studio a garantire a costoro adeguata retribuzione e le tutele di base.

Il mondo è cambiato. Perché l’avvocatura dovrebbe fare eccezione? 

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