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Newsletter 158 del 05/03/2018

La personalizzazione della politica ci rende un Paese in perenne fase di start up


di nicola di molfetta

Spesso accade che per parlare di avvocatura ci troviamo a prendere spunti da altri mondi e settori. Utilizziamo casi positivi, o che tali ci sembrano, e che in qualche modo possano essere fonte di ispirazione per chi si trova a operare nel complesso mondo del legal business.

Stavolta, però, credo che l’avvocatura possa essere da esempio per un’altra categoria. La politica. Siamo in pieno day after elettorale. Ovviamente non ci interessa, in questa sede, commentare i risultati sul piano politico. Di analisi più o meno convincenti e articolesse d’ogni genere, sono pieni i giornali nazionali.

No. Ciò di cui sembra utile parlare in questo momento è la questione della personalizzazione della politica e la debolezza di fondo di questa tendenza.

L’avvocatura, in particolare quella d’affari, ha compreso da tempo che legare le sorti di uno studio alle fortune di uno o pochi avvocati al suo interno rischia di essere molto pericoloso rappresentando a fasi alterne uno straordinario punto di forza e poi un incredibile vulnus.


La politica degli ultimi tempi, con la fine dei partiti, ha invece sposato il culto della personalizzazione delle battaglie e dei programmi. I voti persi dal centro sinistra sono stati fondamentalmente voti contro Matteo Renzi. I consensi guadagnati dalla Lega, sono stati anzitutto, consensi verso il suo leader, Matteo Salvini. Forse solo il M5S ha centrato l’obiettivo di proporsi come movimento collettivo (chi è davvero il leader qui: Di Maio o piuttosto Grillo? O l’idea di cambiamento che il movimento cerca di rappresentare?) e questo potrebbe spiegare come mai le non brillanti esperienze di governo locale di questa forza politica non abbiano intaccato la fiducia del suo elettorato in questa consultazione.

La personalizzazione, invece, è un’arma a doppio taglio. Dall’amore per un leader è facile passare alla delusione se non addirittura all’odio, con la relativa perdita del supporto elettorale necessario a dare continuità a un progetto politico.

Questo condanna l’Italia a essere sempre il Paese dei nuovi inizi che non portano mai a una fine. E non va bene.

I mercati per il momento stanno a guardare. Mentre scriviamo, Piazza Affari cede circa l’uno per cento. Nulla di catastrofico. Lo spread è a quasi 138 punti. L’esito del voto non è stato del tutto inaspettato. E quindi era in parte già metabolizzato.

Ma la vera scossa potrebbe arrivare dalla soluzione che si adotterà per dare un governo al Paese. L’Italia riuscirà a conservare la credibilità che in questi anni l’ha tenuta a galla sullo scenario internazionale?    

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