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Newsletter 155 del 22/01/2018

Velo in aula? Ripartiamo dalla Costituzione


di nicola di molfetta


Visto che sono anni che non si fa altro che parlare di diversity e considerato che lo spirito corporativo è una delle caratteristiche che solitamente contraddistinguono gli avvocati, non vi nascondo che sono rimasto abbastanza basito dalle reazioni che ho letto sui social alla notizia della cacciata da un’aula del Tar di Bologna di una 25enne praticante che indossava il velo islamico, la scorsa settimana.

Il tam tam mediatico è stato repentino. La notizia, battuta per prima dall’Agi, ha fatto rapidamente il giro di giornali e siti web.

E proprio nella rete, molti “colleghi” della giovane Asmae Belfakir, praticante dell’ufficio legale dell’Università degli Studi di Modena, hanno dato il meglio di loro.

Qualche esempio? Ho letto frasi del tipo: «Ostentare il simbolo di una religione - ordinamento che nega, specialmente alle donne, tante libertà - è una provocazione»; oppure «Basta imporre tradizioni estranee alla nostra cultura, su cui le leggi sono fondate»; e ancora «No a veli e veletti».

Ovviamente ci sono stati anche molti commenti di tenore contrario. 

 

Ma al di là dei toni che, in qualche caso, tradivano un filo di ostilità preventiva nei confronti di una professionista di origini straniere ma che vive in Italia dall’età di 3 mesi, c’è stato chi ha sottolineato che a obbligare la 25enne aspirante avvocato a scoprire il capo quando si trova in un’aula di Tribunale è la legge. E più precisamente il Codice di procedura civile all’articolo 129. Quindi, quello a cui si è assistito non è stato un capriccio del giudice ma l’applicazione della norma. Tutto vero. Ma è anche vero che qualche anno fa (era il 2012) il Csm si era pronunciato su un caso simile verificatosi durante un processo penale a Torino e aveva stabilito che «l'articolo 19 della Costituzione, che sancisce la libertà di professare liberamente e anche pubblicamente la propria fede religiosa, individua un valore di rilevanza primaria al quale deve conformarsi anche l'esercizio delle prerogative di direzione e organizzazione dell'udienza riconosciute al giudice».

E quindi? E quindi nulla. Sul piano prettamente formale, visto che l’organo di autogoverno dei giudici amministrativi non è il Csm bensì il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa quella indicazione non produce i suoi effetti su chi gestisce le udienze al Tar.

Ma sul piano sostanziale, tutta questa vicenda sollecita molte riflessioni.

In una società multiculturale e multirazziale come sta diventando quella italiana, l’apertura alla diversità dovrebbe diventare un valore di fondo e condiviso soprattutto tra gli operatori del diritto.

Del resto, la Costituzione, come ricordato dal Csm, il punto lo ha chiarito senza indugio già nel 1948. Poi, il buon senso e la riconoscibilità di fatto dei professionisti, velati o meno, dovrebbero suggerire che imbarcarsi in battaglie di principio di questo genere non giova a nessuno e rischia solo di gettare benzina sul fuoco dell’intolleranza che più o meno deliberatamente si sta diffondendo in un Paese dove la vita (anche dei professionisti) diventa sempre più difficile.


@n_dimolfetta

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